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TRATTAMENTO E RIABILITAZIONE DELLE TENDINOPATIE

I tendini sono una struttura di connessione tra i muscoli (il motore) e l’impalcatura di sostegno (le ossa), durante il gesto motorio, e allo stesso tempo costituiscono uno snodo di trasmissione delle forze e degli attriti che le attività muscolari esercitano sull’apparato scheletrico. Si configurano quindi come un tessuto fibroso robusto, costituito da un tessuto connettivo estremamente resistente, fatto principalmente di collagene e da una sostanza più elastica, l’elastina, che consente di assorbire, trasmettere e graduare le sollecitazioni che su di esso vengono ad agire durante il movimento. La guaina sinoviale che riveste i tendini ha il compito di ridurre gli attriti.

CLASSIFICAZIONE DELLE TENDINOPATIE

La conoscenza del comportamento meccanico dei tendini è l’elemento essenziale per capirne il meccanismo alla base della patologia. Da un punto di vista delle modalità con cui si possono presentare, le lesioni tendinee possono essere classificate in:

  • dirette, in cui il tendine è sottoposto in maniera acuta e diretta a un trauma esterno
  • indirette, cioè dovute a un sovraccarico funzionale (per l’eccessivo utilizzo)

Le lesioni indirette possono a loro volte essere distinte in:

  • acute: prodotte dallo stiramento eccessivo durante la contrazione muscolare o in risposta a sollecitazioni intense e improvvise (una brusca rottura di alcune fibre o di tutto il tendine, come può avvenire ad esempio in una partenza dei 100 metri)
  • croniche (per un sovraccarico ripetuto nel tempo) fino all’incapacità del tessuto di sopportare ulteriori tensioni e con la produzione di microlesioni
  • acute su pre-esistenti lesioni croniche (come nel caso di una rottura in un tendine degenerato).

L’evenienza più tipica è quella legata all’uso eccessivo (lesioni indirette croniche).I tendini sono, infatti, particolarmente soggetti a usura, indebolimento, insufficienza funzionale e rottura (o lacerazione) per via delle importanti energie e dei carichi che devono sopportare sia nella vita di tutti i giorni, sia durante la pratica sportiva, soprattutto in chi svolge attività motorie ripetitive (Fig. 1).

In tale situazione il tendine è sottoposto a costanti e considerevoli “stress” (ad esempio il tendine che sfrega ripetutamente contro una prominenza ossea), che può innescare un processo infiammatorio reattivo. Tuttavia l’eziopatogenesi delle tendinopatie rimane ancora incerta e non è possibile stabilire una relazione tra il tipo e l’intensità del sovraccarico funzionale e l’insorgenza della patologia. Quello che sappiamo è che la struttura tendinea sottoposta al lavoro muscolare va incontro a un continuo rimodellamento, sia a livello cellulare sia a livello della matrice extracellulare. Attraverso questo progressivo rimodellamento, il tessuto si adatta alle tensioni cui è sottoposto: se tale adattamento si realizza adeguatamente e velocemente, il tendine è pronto a ricevere quel carico e non subisce danni a livello della propria struttura. Viceversa se il tempo di recupero e di adattamento sono insufficienti, il tendine si espone ad una situazione di temporanea debolezza: in caso di improvvise sollecitazioni può andare incontro a una lesione.

Per quanto riguarda i diversi fattori e le cause che concorrono all’insorgenza di una tendinopatia, distinguiamo:

  • fattori legati a caratteristiche fisiche individuali quali l’età (i maschi sono più colpiti), i difetti posturali o di malallineamento dell’arto inferiore (ginocchio valgo-varo, tibia vara, rotula alta-bassa, …), difetti dell’appoggio plantare (piede piatto o cavo, …), differente lunghezza degli arti inferiori, deficit del tono muscolare, ridotta flessibilità, eccessiva lassità articolare, sovrappeso corporeo, malattie internistiche predisponenti (ad esempio reumatiche o metaboliche)

  • fattori esterni e non dipendenti dalle caratteristiche del soggetto, quali un carico eccessivo sull’organismo per sport o lavoro (in base al tipo di movimento, di velocità, al numero delle ripetizioni di un esercizio o di un gesto motorio), all’uso di particolari calzature o equipaggiamenti, al tipo di superficie di appoggio, per errori di allenamento, infine per condizioni ambientali svantaggiose (caldo-freddo, elevata umidità).

La classificazione delle tendinopatie deve dunque tenere conto anche del tipo di fattori che ne sono alla base: la tendinopatia rotulea è ad esempio una forma morbosa di frequente riscontro in alcune gestualità sportive ed espressione del sovraccarico funzionale di chi in particolare sollecita continuamente l’apparato estensore. Insieme alla tendinopatia del tendine quadricipitale configura il quadro del “ginocchio del saltatore”, caratterizzato per dolore e limitazione in sport quali il calcio, il basketball o la pallavolo. Allo stesso tempo, un’altra manifestazione che riguarda il rotuleo riconosce una patogenesi diversa e legata all’età: una delle forme più diffuse di patologia ortopedica della fase dell’adolescenza è senz’altro quella che coinvolge l’inserzione sulla tibia del tendine rotuleo e che è denominata malattia di Osgood-Schlatter. Un altro dei casi più tipici di sofferenza tendinea riguarda invece il Tendine d’Achille: l’incidenza di questa tendinopatia varia in letteratura scientifica dal 6,5% al 12%.

Lanzetta (in uno studio del 1993) riporta come la rottura del tendine d’Achille accade di solito nei maschi tra i 25 e i 50 anni che praticano attività ludico-sportiva a vari livelli. Ma le lesioni del tendine d’Achille sono note alla scienza medica già da moltissimo tempo (basti pensare che una delle prime citazioni risale al 1575 ad opera di Ambroise Parè, chirurgo personale di Carlo IX di Francia). La comprensione della sua importanza funzionale è immediata, considerando l’enorme lavoro che deve svolgere nel sollevare tutto il peso del corpo durante la deambulazione; si calcola che durante una corsa il tendine sia caricato di valori pari almeno otto volte il peso corporeo. È proprio questo notevole sforzo che rende tale tendine, pur robusto e potente, una struttura a rischio, specialmente in soggetti sportivi che lo sottopongono a sollecitazioni particolari.

TENDINOPATIA E SPORT

Le patologie acute a carico dei tendini costituiscono uno dei problemi principali che affligge chi pratica attività sportiva e sono normalmente diagnosticate come tendinite, cioè un’infiammazione aspecifica a carico di un distretto tendineo. In realtà la diagnosi che dovrebbe essere meglio espressa nella maggioranza dei casi è però di tenosinovite cioè di un’infiammazione che riguarda principalmente la guaina sinoviale che riveste i tendini, con produzione di mediatori “collosi” che aumentano gli attriti tra il tendine e le strutture dello spazio in cui scorre. In chi pratica sport, le strutture tendinee più frequentemente colpite e dolenti sono il tendine rotuleo (per quel che riguarda l’articolazione del ginocchio) e il tendine d’Achille (per quel che riguarda l’articolazione della caviglia) (Fig. 2).

Nelle ultime tre decadi è notevolmente aumentata soprattutto l’incidenza delle patologie da “overuse” e questo non solo per l’aumento della popolazione sportiva a livello amatoriale, ma anche per una maggiore durata e intensità degli allenamenti tra i professionisti. Nella maggior parte dei casi riguardano i tendini maggiormente sollecitati e quindi secondo lo sport:

  • il tendine di Achille nei podisti e negli sport di corsa
  • i tendini della cuffia dei rotatori di spalla, prevalentemente in quegli atleti la cui disciplina sportiva implica l’uso intenso e ripetuto dell’arto superiore, in particolare per movimenti frequenti di lancio (giavellotto, baseball, nuoto, canottaggio, tennis, ecc…)
  • il tendine rotuleo in chi sollecita, con calci e balzi, l’apparato estensore di ginocchio.

Ma ovviamente possono interessare qualsiasi tendine sottoposto a tensioni e movimenti ripetuti. Per quanto riguarda il tendine rotuleo, la frequenza maggiore di patologia si ha nel calcio, nella pallacanestro, nella pallavolo, tanto da configurare il quadro tipico definito “ginocchio del saltatore”, forma infiammatoria cronica dell’inserzione rotulea del tendine rotuleo che interessa un’alta percentuale di atleti che svolgono attività sportive caratterizzate dal salto come gesto tecnico prevalente. Anche negli sportivi, le cause di tendinopatia possono essere multiple e in particolare da ricercare nella ridotta elasticità muscolare, in fattori endocrini e metabolici, infine anche per fattori genetici ed ereditari. L’evento scatenante è rappresentato però sempre da un eccessivo carico di lavoro per il tendine, che risponde agli insulti meccanici deteriorandosi. Nella maggior parte dei casi questo è rappresentato dai microtraumi ripetuti che accadono negli sportivi, cioè sollecitazioni incostanti, non uniformi, alle volte improvvise che stimolano una risposta adattativa, metabolica e strutturale, anormale e disordinata.

Per quanto riguarda la loro classificazione, l’esperienza clinica porta a considerare la necessità di associare al quadro di presentazione dei sintomi una graduazione circa lo stato evolutivo, e quindi prognostico, della tendinopatia. Una delle classificazioni più pratiche e utilizzate nello sportivo è quella che si attiene al tempo di insorgenza della sintomatologia dolorosa, riconoscendo come primi stadi (e quindi a prognosi migliore) la presenza di dolore solo dopo l’allenamento o la gara, alleviato dal riposo; nelle fasi successive, invece, il dolore si presenta sin dall’inizio dell’attività e rimane continuo, durante e dopo l’attività o magari si attenua man mano che il muscolo si riscalda, ma determina comunque una limitazione dell’attività sportiva. Come vedremo dopo, i sintomi clinici si manifestano prevalentemente durante la fase eccentrica del movimento (ad esempio nella decelerazione dopo uno scatto, nell’atterraggio dopo un balzo), è opportuno rilevare la necessità di ricorrere a lunghi stop e, alle volte, a interventi terapeutici “impegnativi” che derivano spesso dalla sottostima del problema da parte dell’atleta e degli allenatori che, stimolati dagli impegni agonistici, scelgono di non sospendere l’attività, magari ricorrendo a strade che appaiono più semplici come il controllo del dolore con i farmaci, ma ostacolando così i fisiologici processi riparativi del tendine e non risolvendo il problema che ne sta all’origine. Si ipotizza, infatti, che le sollecitazioni ripetute sulla giunzione miotendinea siano alla base di fenomeni di microlesioni e successiva degenerazione alla quale il tendine, per inefficiente tempo di recupero e riposo e per la sua stessa scarsa vascolarizzazione, non è in grado di rispondere con un adeguato processo di riparazione.

QUADRI CLINICI IN ETÀ EVOLUTIVA

Come in precedenza accennato, una tra le più frequenti forme di tendinopatia rotulea, che colpisce tipicamente i giovani sportivi tra i 12 e i 15 anni, è costituita dalla malattia di Osgood-Schlatter, una infiammazione all’inserzione del tendine sulla tuberosità tibiale anteriore, determinata dallo squilibrio tra la forza del muscolo quadricipite e il grado di resistenza alle trazioni di un osso ancora immaturo. Spesso si osservano vere e proprie avulsioni ossee che presuppongono uno stop della attività per diversi mesi, nonostante la tendenza a sottostimare il problema da parte di questi atleti adolescenti, desiderosi di riprendere a giocare in tempi rapidi. Altra forma clinica che colpisce frequentemente i soggetti nell’età evolutiva è la tendinopatia inserzionale achillea che si caratterizza per la presenza di una tumefazione incostante e dolente in corrispondenza del calcagno, con frequente ispessimento del tendine e dolore che può essere evocato dal semplice sfregamento della tomaia della scarpa sportiva (tanto da richiedere spesso una calzatura su misura). Con il riscaldamento generalmente il dolore tende ad attenuarsi per ripresentarsi in forma acuta al termine dell’attività. Ancora una volta è necessario rilevare come le forme sottovalutate sfocino inevitabilmente in tendinopatie croniche di difficile gestione.

CLINICA E DIAGNOSI

Le tendinopatie sono quindi patologie molto invalidanti la performance sportiva e le attività della vita di tutti i giorni.

Dal punto di vista sintomatologico, le tendiniti si manifestano inizialmente per la comparsa di dolore che insorge gradualmente e limita il movimento, dal momento che lo spazio di scorrimento è ridotto. Obiettivamente, si può apprezzare un caratteristico crepitio nel movimento articolare. Nel caso in cui occorra la cronicizzazione del processo infiammatorio, avvengono dei danni anatomici che configurano il quadro di tendinosi; alla risposta cellulare infiammatoria dei leucociti si sostituiscono i macrofagi e la plasmacellule, con il compito di eliminare il tessuto sofferente: per tale motivo il tendine va incontro a significative trasformazioni di carattere degenerativo per perdita della normale organizzazione dei fasci di fibre collagene, e molte volte ciò determina una riduzione della sintomatologia dolorosa. Anche nel caso di cronicizzazione, i sintomi sono rappresentati dal dolore al movimento e a riposo e da insufficienza funzionale, anche se normalmente meno intensi che nella fase acuta, mentre è di frequente riscontro una riduzione del tono muscolare che predispone ulteriormente il tendine a un sovraccarico funzionale. Il sistema di distribuzione del carico, infatti, non può prescindere da un efficiente tono del muscolo corrispondente: se questo è debole o affaticato la capacità di assorbimento dell’energia dell’intera unità muscolo-tendinea è ridotta e il muscolo non protegge più il tendine dalle sollecitazioni in allungamento. All’esame obiettivo vi può essere una tumefazione a livello della zona di inserzione del tendine sull’osso (giunzione miotendinea) che risulta dolente alla pressione. La diagnosi, comunque, è posta sulla base delle caratteristiche del dolore che, nelle fasi iniziali, tende a scomparire con il riscaldamento, per divenire a volte persistente e invalidante. L’evoluzione del dolore è generalmente in funzione dei carichi a cui si sottopone il tendine (opportuno consigliare il riposo funzionale), dell’efficacia delle terapie messe in atto e delle condizioni generali del paziente (tono muscolare, estensibilità muscolare, livello di allenamento se sportivo). è difficile, clinicamente, determinare quando avviene il passaggio tra la risposta infiammatoria e l’inizio della fase cronica degenerativa, ma tale necessità diventa ovviamente fondamentale per una valutazione prognostica e terapeutica. In fase cronica, le capacità di guarigione e riparative delle cellule tendinee sono, infatti, ridotte, impedite o a volte rese inefficaci dai microtraumi ripetuti. Pertanto il trattamento più efficace in una prima fase è sicuramente il riposo: se non si ripete più il movimento che causa l’irritazione, vi sono buone possibilità che la reazione infiammatoria si spenga.

Ciò vuol dire che potrebbe essere necessario fermare un individuo dalla sua usuale attività lavorativa o chiedere a un atleta di restare fermo per un tempo anche di parecchie settimane! Ovviamente questo riposo è di difficile concessione sia in chi svolge un’attività lavorativa necessaria per mantenersi, sia per lo sportivo a cui è necessario comunque proporre una attività alternativa che non coinvolga il distretto anatomico interessato: si parla pertanto di riposo “funzionale”. Il quadro clinico, se valutato attentamente da un medico esperto, non pone generalmente dubbi diagnostici. Quando necessari, gli approfondimenti diagnostici presuppongono l’utilizzo di metodiche che consentano di esaminare i tessuti molli (tendini, muscoli, legamenti, …) e le regioni inserzionali come l’ecografia e la Risonanza Magnetica Nucleare (RMN). Il quadro ecografico (che va valutato sempre in confronto con l’arto controlaterale) nelle forme acute è caratterizzato dal rilevamento di un ispessimento della guaina che riveste il tendine. Nelle forme croniche, l’esame strumentale evidenzia normalmente un’irregolarità del profilo osseo al margine dell’inserzione tendinea, un aspetto ipoecogeno da ridotta o disomogenea densità del tessuto, con micro lacune lungo il decorso del tendine stesso. Talvolta possono essere presenti calcificazioni isolate e distensioni delle borse sinoviali sia superficiali che profonde. Per quel che riguarda il tendine d’Achille, può essere utile, oltre all’ecografia, fare una radiografia che permetta di evidenziare eventuali irregolarità del profilo calcaneare (Malattia di Haglund). Ricapitolando, diverse sono le classificazioni proposte per definire i disordini tendinei. Se ci riferiamo alle lesioni da overuse (eccesso di sollecitazione funzionale) degli anglosassoni si possono distinguere 4 diversi stadi di patologia:

  • peritendinite (infiammazione del “paratenonio” ossia della guaina che riveste il tendine con mantenimento delle caratteristiche strutturali)
  • tendinosi (ciò comporta cambiamenti degenerativi dentro il tendine e può coesistere o meno con la peritendinite)
  • tendinopatie inserzionali (sofferenza del tendine alla giunzione tendine-osso con irregolarità del profilo osseo e lacerazione parziale di alcune fibre)
  • rottura completa del tendine.

Questa suddivisione, apparentemente accademica, ha invece un suo preciso valore per individuare l’evoluzione della tendinopatia. Spesso la progressione della degenerazione tendinea e delle anomalie strutturali associate (cavità pseudocistiche, calcificazioni, …) comporta una riduzione della capacità prestativa, tanto da obbligare l’atleta a tentare soluzioni terapeutiche difficili o cruente (chirurgia), se non addirittura ad abbandonare l’attività agonistica. Per fortuna, solo raramente si assiste alla rottura a tutto spessore del tendine, evenienza che di solito è conseguente a trattamenti terapeutici non idonei, (es. infiltrazione con corticosteroidi). Oltre alla ricerca delle sovracitate condizioni predisponenti (costituzionali o acquisite) che sono rilevabili all’esame clinico (asimmetrie, difetti posturali, instabilità articolari) e che vanno regolarizzate per ottenere un risultato terapeutico, fondamentale è la ricerca e l’eliminazione di eventuali elementi esterni che favoriscono la cronicizzazione della sintomatologia.

POSSIBILI CAUSE DI TENDINOPATIA
  • Generali: disfunzioni muscolari, età, sesso, peso (sovrappeso) e altezza, scarsa tecnica atletica, instabilità articolare, precedenti traumi, attrezzatura sportiva non idonea, errori di allenamento e periodi di recupero insufficienti.
  • Biomeccaniche: difetti di assialità, asimmetrie, squilibri muscolari, gesto atletico non fisiologico.
CLASSIFICAZIONE DELLE TENDINOPATIE IN RELAZIONE AL LIVELLO DI ATTIVITA’ SPORTIVA

Nessun dolore, nessuna limitazione delle attività sportive

Dolore dopo attività che non condiziona la prestazione fisica
Dolore all’inizio dell’attività che si riduce o scompare dopo il riscaldamento e ricompare dopo l’attività
Dolore durante e dopo l’attività fisica che ne condiziona e limita il rendimento atletico (insufficienza funzionale)
Dolore durante l’attività fisica tale da imporne l’interruzione
impossibilità ad effettuare qualsiasi attività (per rottura del tendine),anche della vita quotidiana

METODICHE DI TRATTAMENTO NON CONVENZIONALI BASATE SULLA ESPERIENZA CLINICA

Come è stato descritto nei capitoli precedenti, il trattamento delle patologie tendinee si basa essenzialmente sulla classificazione diagnostica. Ne consegue che, in tutte le tendinopatie di stadio I-III, il trattamento è di tipo conservativo, mentre in quelle di stadio IV, quando possibile, viene attuato il trattamento chirurgico per via artroscopica o “a cielo aperto”. Il primo segno di una compromissione tendinea (o tendinite) è la sensazione di fastidio, seguita da dolore che si accentua nello svolgimento dell’attività fisica; è probabile che il dolore si manifesti anche al riposo, soprattutto al mattino o che si accentui particolarmente sotto la pressione delle dita. Se si dovessero trascurare questi sintomi, il danno tendineo potrebbe aggravarsi, la guaina e/o la borsa tendinee si potrebbero infiammare (peritendinite e/o borsite) con conseguente aggravamento della situazione e aumento dei tempi di recupero funzionale. In questi casi è d’obbligo interrompere l’attività fisica.

Ricordando che le tendinopatie dello sportivo sono quasi sempre dovute a sovraccarichi funzionali, tali patologie si possono tuttavia ricondurre a varie cause che, associate tra loro, possono contribuire all’aumento della gravità della tendinite: scarsa o eccessiva preparazione atletica, eccessivo o intenso allenamento, squilibrio o ipotonia muscolare, sovrappeso, problemi posturali e dismetrie degli arti inferiori, gestualità atletica scomposta, mancanza di elasticità muscolare, ecc. Il trattamento delle patologie tendinee si basa essenzialmente sulla classificazione diagnostica della patologia che avviene con l’esame obiettivo e l’ecografia. Tra le varie classificazioni utilizzate si ricorda quella basata sull’evoluzione clinica del problema, che prevede una suddivisione della gravità della patologia in quattro stadi (Tabella). Di conseguenza, in tutte le tendinopatie di stadio I-III il trattamento è di tipo farmacologico o conservativo,mentre in quelle di stadio IV, cioè in presenza di rottura del tendine, quando possibile, viene attuato il trattamento chirurgico per via artroscopica o “a cielo aperto”.

TRATTAMENTO CONSERVATIVO

I trattamenti conservativi variano in maniera considerevole tra i vari specialisti e spesso si fondano esclusivamente su basi empiriche e sulla esperienza clinica di ognuno, piuttosto che su basi scientifiche. Alcuni medici prescrivono farmaci, altri preferiscono mettere l’atleta a riposo e aspettare semplicemente di vedere gli effetti del riposo forzato. A volte, invece, si preferisce intervenire attivamente mediante fisioterapia, con esercizi specifici di rieducazione o con una combinazione tra le due modalità. Qualunque siano le metodiche utilizzate, il trattamento conservativo si prefigge di:

  • eliminare il dolore
  • ridurre l’infiammazione
  • promuovere la guarigione del tendine
  • ripristinare il prima possibile la funzionalità articolare e quindi l’attività sportiva.

Nelle attività sportive, gli infortuni sono suddivisi in due categorie: infortuni acuti e infortuni da abuso. L’infiammazione è il sintomo più evidente di entrambe le categorie ed è una parte naturale del processo di guarigione di qualsiasi infortunio. In ogni caso, l’infiammazione cronica può causare una maggiore disgregazione del tessuto e ostacolare il processo di riparazione. Spesso, per eliminare o alleviare i sintomi che accompagnano l’infiammazione del tessuto connettivo, sono usati farmaci quali i FANS, infiltrazioni di acido ialuronico o di cortisonici nei casi più gravi, micronutrienti favorenti il processo di riparazione tendinea. Alcune di queste sostanze possono tuttavia modificare il processo di riparazione e di guarigione. Anche le condizioni metaboliche, come l’invecchiamento e il diabete, possono influenzare la salute del tessuto connettivo. Spesso l’invecchiamento è accompagnato da un declino del funzionamento articolare o da una rigidità generale delle articolazioni e influenza la natura e la portata del processo di riparazione nel tessuto infortunato. Infatti, quando il tessuto connettivo invecchia, la presenza di collagene e di proteoglicani cambia e ciò, a sua volta, modifica le proprietà meccaniche e la fisiologia del tessuto. Di conseguenza, le cellule del tessuto perdono la loro capacità di dividersi, specialmente nella cartilagine articolare dove i condrociti sono malnutriti. Inoltre, è bene ricordare che i proteoglicani prodotti dai condrociti vecchi sono molto diversi da quelli prodotti dalle cellule più giovani e ciò modifica le proprietà dell’articolazione. Alcuni Autori hanno dimostrato, inoltre, che l’immobilità dovuta a traumi o infortuni, può ostacolare il normale metabolismo e rimodellamento del tessuto connettivo tendineo. Infatti, quando un’articolazione è immobilizzata, il minore carico e scarico meccanico della cartilagine e dei tessuti circostanti interferisce con il normale ricambio delle cellule e degli elementi della matrice. Il minore stimolo delle cellule si traduce in minore sintesi di proteoglicani. Di conseguenza, la perdita di matrice aumenta la vulnerabilità del tessuto all’infortunio quando si riprende l’attività normale. Gli studi su modelli animali hanno evidenziato che l’attività fisica è utile per il metabolismo normale del tessuto connettivo. È stato dimostrato che i livelli di idrossiprolina, idrossilisina e piridinolina, aminoacidi essenziali, possono essere considerati come indici indiretti della disgregazione del tessuto connettivo, tanto da suggerire che la compromissione o la disgregazione del tessuto connettivo possano essere dovute alla risposta infiammatoria locale al trauma muscolo-tendineo indotto dall’attività fisica. I mediatori dell’infiammazione nell’unità muscolo-tendinea possono favorire la disgregazione del collagene e la susseguente sintesi nei tessuti connettivi circostanti. Dal punto di vista terapeutico, nei casi di compromissione tendinea in fase di stadio I o II, in cui è presente anche un processo infiammatorio caratterizzato da dolore e limitazione funzionale, la terapia di tipo conservativo rappresenta una valida scelta e dovrebbe essere attuata unitamente a riposo funzionale, antinfiammatori, fisiokinesiterapia ed eventuali ortesi.

Tuttavia, occorre considerare due aspetti che, di recente, hanno assunto un ruolo nella determinazione della terapia: il ridotto apporto di micronutrienti, essenziali al benessere del tessuto connettivo tendineo, e l’importanza del liquido sinoviale tendineo (TSF, tendon synovial fluid). Infatti, soprattutto quando si instaura una lesione di grado lieve-moderato al tendine, il processo fisiologico di riparazione tendinea è molto lento, poiché, come affermato in precedenza, i tendini, pur essendo vascolarizzati, lo sono in misura minore rispetto ai muscoli. Inoltre, il livello di vascolarizzazione dipende dalla struttura e dalla sede tendinea; il nutrimento, o meglio l’apporto dei micronutrienti necessari al mantenimento delle caratteristiche fisiologiche del tessuto tendineo, diventa quindi un fattore importante di cui tener conto, in particolare in caso di compromissione e lesione tendinea. Fisiologicamente, l’apporto dei micronutrienti è assicurato dal movimento che ne favorisce la diffusione “capillare” fino ai tendini, diffusione che viene invece ostacolata dall’immobilizzazione. L’altro aspetto importante è rappresentato dal fluido sinoviale tendineo che, insieme ai vasi ematici e linfatici, fornisce una quantità significativa di nutrienti per molti tendini. Infatti, così come a livello articolare il liquido sinoviale svolge un’importante azione nutrizionale e visco-lubrificante, in modo analogo,a livello tendineo, il TSF prodotto dai sinoviociti interviene attivamente nella nutrizione del tendine. Una volta prodotto, il TSF si stratifica, come un film protettivo, consentendo quindi al tendine di poter scorrere agevolmente. Ne consegue che, in situazioni caratterizzate da immobilità da trauma, infiammazione o lesioni muscolo-tendinee, l’apporto dei micronutrienti essenziali per il buon funzionamento e la conservazione del tendine si riduce o viene comunque, in qualche modo, ostacolato. Su questo processo, recenti studi sperimentali e clinici sembrano evidenziare come la supplementazione esogena con integratori a base di micronutrienti e l’utilizzo di acido ialuronico infiltrato nei tendini possano prevenire, mitigare e favorire la guarigione dei danni tendinei provocati dall’attività muscolare. Tali evidenze hanno consentito di identificare i micronutrienti essenziali per il tendine, rappresentati dal metil-sulfonil-metano, uno dei principali donatori di solfati naturali organici, indispensabili per l’omeostasi tendinea, dall’alfa-chetoglutarato di ornitina, sostanza che blocca la fase catabolica indotta dalla lesione tendinea e antagonizza i processi flogistici, dalla lisina, un aminoacido essenziale necessario per la crescita e per la sintesi di alcune proteine essenziali per il tendine, dalla glucosamina e dal condrotin solfato, glicosaminoglicani essenziali per la fase riparativa tendinea, dalla vitamina C, che influenza il metabolismo del tessuto connettivo tendineo, dalla biotina, che svolge un ruolo centrale nella formazione del coenzima A, e dalla vitamina E, la cui attività antiossidante aiuta a mantenere l’integrità del tendine. Quest’ultima vitamina è un potente antiossidante, fondamentale nella lotta ai radicali liberi e per i processi vitali e cellulari: protegge la vitamina A dalla scomposizione, la vitamina C e quelle del gruppo B dall’ossidazione e migliora la trasportabilità dell’ossigeno da parte dei globuli rossi. Inoltre, studi su animali da esperimento hanno dimostrato che il deficit di vitamina E induce aumento di collagene insolubile per inefficace protezione verso la formazione di perossidi. Pertanto, la vitamina E rallenterebbe il danno ossidativo attraverso protezione del collagene. Nuove acquisizioni hanno anche permesso di chiarire che tali microelementi essenziali, quando somministrati insieme, agiscono in sinergia e sono efficaci nel mantenere la funzionalità dei tendini, in particolare in soggetti con carenze nutrizionali o sotto sforzo fisico, o in presenza di una patologia tendinea.

Sulla base di queste evidenze, è stato condotto uno studio nel trattamento della tendinite dei peronieri e del tibiale posteriore, una affezione dolorosa frequentemente dovuta a microtraumi o traumi acuti, in atleti non professionisti di pattinaggio su rotelle, confrontando un gruppo di pazienti trattati con terapia fisica, riabilitativa e ortesica, e un gruppo di soggetti trattati con un nuovo integratore di micronuitrienti, a base di metil-sulfonil-metano, ornitina-alfachetoglutarato, lisina, condroitin-solfato, glucosamina, vitamina C, vitamina E e biotina, i cui componenti sono stati appositamente studiati e selezionati per via della loro spiccata attività sinergica che assicura il corretto apporto all’organismo dei micronutrienti essenziali, così da integrare e aumentare le difese naturali tendinee. Sono stati arruolati 30 soggetti pattinatori non professionisti di entrambi i sessi (età 22-36 anni, media 29) affetti da tendinite del peroniero e del tibiale posteriore, con RMN negativa per lesioni con soluzione di continuo del tendine, sottoposti precedentemente a trattamento medico senza risultati apprezzabili.

I pazienti arruolati sono stati suddivisi in due gruppi e trattati secondo il seguente schema:

  • Gruppo A (15 pazienti): trattamento conservativo consistente in un ciclo di 10 sedute di elettroterapia analgesica e tre sedute di onde d’urto per un totale di 40 giorni
  • Gruppo B (15 pazienti): lo stesso trattamento conservativo del Gruppo A, + trattamento con il nuovo integratore di micronutrienti essenziali alla posologia di 1 bustina da 3,5 grammi al giorno.

Per la valutazione dei risultati sono state utilizzate la scala VAS per la valutazione della riduzione del dolore (0-100 mm), con misurazioni condotte all’arruolamento e ogni 10 giorni fino al termine dello studio, e un questionario per la valutazione del tempo necessario al ritorno all’attività sportiva, con punteggio da 1 a 10 (1=nessun beneficio e assenza di ripresa sportiva – 10=risoluzione sintomatologica e ripresa sportiva completa), con misurazione basale e finale. A tutti i pazienti è stato permessa l’assunzione di paracetamolo 1000 mg, quale terapia antalgica suppletiva. Oltre alla valutazione dei parametri di efficacia, rappresentati dalla riduzione della sintomatologia dolorosa e dalla valutazione del tempo necessario alla ripresa dell’attività sportiva, al termine dello studio è stato chiesto ai pazienti di riferire se avessero assunto paracetamolo quale terapia antalgica suppletiva. Sebbene nei pazienti selezionati per lo studio la gravità della tendinite ai peronieri e al tibiale posteriore fosse di grado 1 secondo Myerson, occorre tuttavia evidenziare che, come in tutte le patologie coinvolgenti i tendini, anche in tendiniti di modesta gravità, il trattamento spesso necessita di tempi lunghi per poter condurre il paziente alla guarigione clinica. In questo studio,l’associazione di un integratore contenente i micronutrienti essenziali per attenuare il danno tendineo ha il razionale di accelerare la riduzione della sintomatologia della tendinite, così da ridurre i tempi di recupero della funzionalità articolare, consentendo un precoce ritorno all’attività sportiva. L’analisi dei risultati relativa ai due regimi di trattamento ha evidenziato differenze rilevanti tra i due gruppi per quanto riguarda i parametri di efficacia valutati.

CLASSIFICAZIONE DELLE TENDINITI

STADIO I STADIO II STADIO III STADIO IV

Dolore solo dopo l’attività,

non condiziona la prestazione fisica

Dolore all’inizio dell’attività,

scompare con il riscaldamento

per ricomparire dopo l’attività,

condiziona la prestazione atletica

Dolore durante e dopo l’attività,

con limitazione del rendimento atletico

Rottura del tendine,

impossibilità di effettuare

qualsiasi attività

Nei pazienti del Gruppo B è stata osservata una più rapida e significativa risposta sintomatologica, confermata dalla maggiore riduzione dell’intensità del dolore rispetto al gruppo A di confronto; tale migliore risultato è correlato alla somministrazione dell’integratore di micronutrienti essenziali, in aggiunta al trattamento conservativo (Fig. 4). Inoltre, la percentuale di soggetti che ha assunto paracetamolo quale terapia antalgica suppletiva è risultata essere molto più bassa nel gruppo di pazienti in trattamento con terapia conservativa + integratore di micronutrienti essenziali (Gruppo B), rispetto a quelli in terapia con il solo trattamento conservativo (Gruppo A) (Fig. 5). La capacità del trattamento con l’integratore di micronutrienti essenziali di influenzare positivamente l’outcome clinico è stata osservata anche in seguito alla valutazione dei minori tempi di ripresa dell’attività sportiva, riscontrata nei pazienti del Gruppo B rispetto a quanto evidenziato in quelli appartenenti al Gruppo A (Fig. 6).

La tendinite del peroniero e del tibiale posteriore è una patologia non solo di pertinenza degli atleti professionisti, ma interessa anche molti soggetti che praticano attività sportiva amatoriale, soprattutto quando l’attività viene praticata saltuariamente e non con regolarità. In linea generale, questa patologia ha una insorgenza subdola, facilmente legata all’atteggiamento posturale del retropiede in iperpronazione, che determina sovraccarico funzionale sui tendini peroniero e tibiale, che dapprima si manifesta con una sinovite e, successivamente, con alterazioni strutturali in grado di condurre alla rottura. Sulla base dei risultati ottenuti in questo studio, è possibile affermare che nel trattamento della tendinite del peroniero e del tibiale posteriore di grado 1 può essere razionalmente utile l’utilizzo dell’integratore alimentare a base di metil-sulfonil-metano, ornitina-alfachetoglutarato, lisina, condroitin-solfato, glucosamina, vitamina C, vitamina E e biotina, in associazione al trattamento conservativo, grazie alla sua dimostrata capacità nel contribuire a ridurre la sintomatologia dolorosa e i tempi di recupero dell’attività sportiva. I risultati di un altro studio, condotto in soggetti con compromissione del comparto articolare della caviglia e del tendine di Achille, sembrano avvalorare l’utilità sia della supplementazione di micronutrienti essenziali, sia della viscosupplementazione con acido ialuronico nei pazienti in cui si riscontra una alterazione di tutto il comparto articolare. Tale tipologia di lesione articolare è tutt’altro che rara nei soggetti sportivi, siano essi amatoriali che professionisti; infatti, il danno tendineo, quando interessa i tendini più strettamente limitrofi alla articolazione, è frequentemente associato a una alterazione della cartilagine articolare. Un esempio classico è rappresentato dalla articolazione della caviglia, una delle articolazioni più complesse del nostro organismo e sede di frequenti patologie che ne compromettono la funzionalità, come nei casi di danno dovuto a traumi sportivi o a sovraccarico funzionale. La maggior parte delle lesioni articolari alla caviglia sono frequentemente associate a danneggiamento dei tendini e legamenti, tanto che le lesioni capsulo-tendinee o capsulo-legamentose alla caviglia possono evolvere in una instabilità cronica che nel tempo può favorire l’insorgenza dell’artrosi.

La compromissione articolare è spesso associata a una tendinopatia dell’achilleo e può essere dovuta o al fisiologico invecchiamento articolare e tendineo oppure, molto più di frequente, e soprattutto negli sportivi, in seguito a traumi e/o a sovraccarico funzionale. Infatti, l’articolazione della caviglia è estremamente sollecitata durante l’attività sportiva, in particolare negli sport di salto, come pallacanestro, calcio, pallavolo, atletica leggera o ginnastica, durante i quali le ricadute dall’alto, i contatti con gli avversari, gli arresti improvvisi su terreni veloci o l’appoggio a terra scorretto durante la corsa, possono rappresentare situazioni a forte rischio di infortunio. Oltre a ciò, è importante sottolineare come la frequente mancanza di riscaldamento da parte degli atleti, soprattutto amatoriali, prima di incominciare l’attività sportiva, costituisca una delle più frequenti concause nell’insorgenza di traumi alla caviglia, sia muscolari che tendinei. I danni articolari provocano dolore e gonfiore immediati e interessano diverse componenti dell’articolazione, quali muscoli, tendini, legamenti, capsula articolare, che, essendo coinvolte nel loro insieme sia nel movimento che nella stabilizzazione e protezione dell’articolazione, in caso di trauma subiscono lesioni che vanno dallo stiramento alla rottura. In situazioni di danno al comparto articolare della caviglia la terapia può essere conservativa o chirurgica, a seconda delle condizioni e dell’età del paziente, o farmacologica, che può prevedere sia la terapia antinfiammatoria che la viscosupplementazione con acido ialuronico iniettato per via intrarticolare. Sulla base delle evidenze cliniche, i migliori risultati nel trattamento non chirurgico di queste affezioni potrebbero essere ottenuti con una combinazione di trattamento conservativo (consistente in un ciclo di 10 sedute di elettroterapia analgesica e tre sedute di onde d’urto), combinato a terapia infiltrativa intrarticolare e nutrizionale.

Proprio allo scopo di verificare tale ipotesi, è stato condotto uno studio per verificare l’effetto del trattamento combinato (trattamento conservativo associato a infiltrazioni intrarticolari di acido ialuronico e supplementazione con micronutrienti essenziali), rispetto alla sola terapia conservativa o alla terapia combinata ma senza supplementazione di micronutrienti. Per la supplementazione è stato utilizzato un integratore alimentare specifico per le patologie tendinee, in quanto a base di micronutrienti essenziali che la letteratura internazionale indica come utili nel ripristino della funzionalità di tendini e legamenti: Metil-sulfonil-metano (MSM), Ornitina-alfa-chetoglutarato (OKG), Lisina, Condroitinsolfato, Glucosamina, Vitamina C, Vitamina E, Biotina); per la terapia infiltrativa intrarticolare è stato impiegato un acido ialuronico con PM compreso tra 800 e 1200 KDa (medio di 1000 KDa) e concentrazione pari all’1,6% (siringhe preriempite monouso contenenti 32 mg di acido ialuronico sale sodico in 2 ml). Lo studio è stato condotto su 42 soggetti sportivi amatoriali di sesso maschile (età media 35 anni), sottoposti a diagnosi strumentale mediante ecografia e risonanza magnetica (RMN). Di questi, 36 pazienti mostravano segni di infiammazione articolare alla caviglia e parziale sofferenza al tendine achilleo, mentre 6 soggetti sono stati esclusi dallo studio, poiché al controllo strumentale evidenziavano lacerazioni strutturali del tendine e/o artrosi di grado 3-4 secondo Kellgren-Lawrence. I 36 pazienti arruolati dopo lo screening iniziale sono stati trattati per un periodo di 30 giorni e suddivisi in tre gruppi omogenei di trattamento: Gruppo A (n. 12 pazienti), messi in terapia conservativa + acido ialuronico (AI) 1,6% (1 infiltrazione i.a. alla settimana per 3 settimane) + 1 bustina da 3,5 g di integratore di micronutrienti essenziali; Gruppo B (n. 12 pazienti) in terapia conservativa + AI 1,6% (1 infiltrazione i.a. alla settimana per 3 settimane); Gruppo C (n. 12 pazienti) trattati solo con la terapia conservativa. Per la valutazione dei risultati è stata utilizzata la scala VAS (0-10 cm) per la sintomatologia dolorosa; inoltre, alla visita finale, è stato chiesto ai pazienti di rispondere a un questionario nel quale si domandava di specificare il tempo trascorso prima di riprendere l’attività sportiva, utilizzando una scala di valutazione che prevedeva il seguente punteggio: 1=ottimo; 2=buono; 3=mediocre; 4=pessimo, dove “ottimo” era la completa ripresa sportiva e “pessimo” il mancato beneficio del trattamento.

Al termine dello studio, i risultati hanno evidenziato in tutti e tre i gruppi un miglioramento sintomatologico; tuttavia, nei pazienti del Gruppo A (terapia conservativa + infiltrazione i.a. con AI 1,6% + integratore di micronutrienti essenziali) è stato osservato un più rapido e significativo sollievo dal dolore, rispetto ai gruppi B e C (Fig. 7). Inoltre, al termine dello studio, la percentuale di pazienti che ha ottenuto un punteggio ottimo + buono relativo alla ripresa dell’attività sportiva è risultata significativamente maggiore per i pazienti del Gruppo A rispetto a quelli dei Gruppi B e C, e per i pazienti del Gruppo B rispetto a quelli del Gruppo C (Fig. 8).

I risultati dello studio sembrano confermare che tale approccio terapeutico sia in grado di garantire un migliore sollievo dal dolore e un più precoce recupero funzionale rispetto agli approcci tradizionali che non prevedono la supplementazione con micronutrienti. L’evidente riduzione della sintomatologia dolorosa e la maggiore percentuale di pazienti che ha ottenuto un ottimale beneficio in termini di ripresa dell’attività sportiva riscontrata nei pazienti del Gruppo A, conferma che nei soggetti con compromissione all’articolazione della caviglia e tendinite dell’achilleo di grado lieve-moderato, il trattamento costituito da terapia conservativa in combinazione ad AI 1,6%, al regime di 1 infiltrazione intrarticolare alla settimana per 3 settimane, e supplementazione con un integratore di micronutrienti essenziali può rappresentare l’approccio terapeutico di scelta per favorire una più rapida remissione del dolore e ripresa dell’attività sportiva. Volendo trarre delle conclusioni su questo escursus delle metodiche non convenzionali per il trattamento delle tendinopatie, anche associate a compromissione di tutto il comparto articolare, è possibile affermare che, sebbene tali approcci terapeutici non siano ancora validati dalle linee guida, l’esperienza clinica può tuttavia fornire suggerimenti terapeutici che, in molti casi, possono risultare utili nella risoluzioni di queste affezioni.

La medicina nutrizionale è in continua evoluzione, come dimostrano i numerosi studi epidemiologici condotti nel mondo sul ruolo dei micronutrienti, sia nel contribuire al benessere generale dell’organismo, sia nel contribuire, a volte in modo sorprendente, a favorire i processi di guarigione – o quantomeno ad accelerarli -, soprattutto in quelle patologie in cui l’aspetto nutrizionale è riconosciuto come essenziale. Gli integratori di micronutrienti rappresentano oggi un valido supporto di complemento alle terapie farmacologiche e conservative tradizionali; il loro impiego, se attuato secondo i criteri corretti di somministrazione, non presenta rischi per la salute degli individui e, al contrario, contribuisce al successo terapeutico. Una considerazione a parte va fatta per l’acido ialuronico, sostanza ampiamente utilizzata nel trattamento del danno alla cartilagine articolare, ma meno frequentemente impiegata per contribuire a risolvere le lesioni tendinee. L’acido ialuronico rappresenta una componente essenziale del liquido sinoviale, presente sia a livello della cartilagine articolare che a livello del tendine. Quest’ultimo aspetto è spesso misconosciuto, per cui l’impiego dell’acido ialuronico nelle compromissioni tendinee viene spesso ignorato. Benché non si possa negare l’efficacia delle infiltrazioni di corticosteroidi, ampiamente utilizzate nella pratica clinica, sarebbe tuttavia necessario che nella valutazione della strategia terapeutica venisse effettuato un attento esame clinico e diagnostico, così da poter valutare l’opportunità dell’impiego dell’acido ialuronico piuttosto che del cortisonico, soprattutto in quei pazienti in cui il danno tendineo è in fase iniziale, e tale da non compromettere ancora la completa funzionalità di tutto il comparto articolare.

NEL PROSSIMO ARTICOLO PARLEREMO DELLA RIABILITAZIONE DELLE TENDINOPATIE

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Fonte: il medico sportivo online

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