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Riabilitazione del Pavimento Pelvico

Argomento troppo spesso sottovalutato. Queste complesse problematiche spesso generano una grave alterazione della qualità di vita, il quadro che ne emerge è complesso e richiede un intervento di tipo multidisciplinare, un’ampia conoscenza e sensibilità da parte dei professionisti sanitari. Ospiteremo in questo spazio una breve intervista con la dott.ssa Caterina Gruosso, docente universitaria, che da anni si occupa di queste problematiche.

Ciao, Caterina Gruosso benvenuta e grazie per la tua partecipazione alla nostra iniziativa. Parlaci di te, qual è stata la tua formazione professionale?

Sono sempre stata un’eclettica e da ragazza temevo fosse il mio tallone d’Achille. La mia inclinazione verso le materie scientifiche e soprattutto verso gli studi sul benessere psico-fisico dell’uomo mi ha spinta a studiare Medicina Ayurvedica, in India. Non rinnego mai questo mio iniziale percorso perché l’ayurveda utilizza un paradigma olistico, considera ogni paziente, prima di tutto una PERSONA. Gli studi universitari in Fisioterapia mi hanno permesso di acquisire quelle conoscenze tecniche e scientifiche nel campo della riabilitazione; gli studi come Counselor, nell’ambito dei consultori familiari UCIPEM, le competenze in campo emotivo-relazionale. Con questo variegato bagaglio ho iniziato la mia formazione clinica, presso una struttura riabilitativa, una delle più importanti del centro Italia, la Fondazione Santa Lucia. Come forse saprete, la Fondazione Santa Lucia è un centro di eccellenza per la riabilitazione neurologica e per la formazione clinica di un fisioterapista è davvero determinante potersi confrontare con quell’incredibile varietà di unità operative e professionisti sanitari. In questo caso, l’incontro con il dott. G. Giordani, fisioterapista di riabilitazione del pavimento pelvico, fu davvero illuminante. Non avrei potuto più ignorare quanto fosse importante il core competence del pavimento pelvico in qualsiasi tipo di riabilitazione, dalla respiratoria alla posturale.

Ho frequentato vari corsi di formazione, perché sono convinta che ogni sistema, ogni approccio e ogni docente possa contribuire a costruire una valida strategia riabilitativa, l’importante non perdere di vista la PERSONA che siede di fronte a noi. Nel campo della riabilitazione del pavimento pelvico ci sono docenti, ad esempio, che demonizzano l’utilizzo della terapia strumentale, come il Biofeedback o la SEF, si ritengono puristi e difendono l’utilizzo del solo esercizio terapeutico. Io credo fermamente che la nostra formazione professionale debba essere talmente eclettica, da permettere di destreggiarci nelle varie metodiche e scegliere il trattamento più appropriato, nell’interesse esclusivo del nostro paziente. Quando mi trovo nel mio studio, con una giovane donna con incontinenza urinaria post partum, non penso a quale metodica sto studiando in quel periodo, ma quale strategia terapeutica avrà i migliori risultati per lei, per migliorare la qualità della sua vita, nell’immediato!

Questo mio desiderio di confronto e di crescita professionale ha trovato contingente appagamento nell’appartenenza ad una società scientifica di grande prestigio, la SIUD. La società italiana di urodinamica è una società scientifica che riesce ad armonizzare tante discipline cliniche di tipo uro-ginecologiche che si sono molto evolute, a partire dalla riabilitazione del pavimento pelvico. Essere socia SIUD significa anche potersi affiliare alla società scientifica EUGA (European Urogynaecological Association) e alla prestigiosa ICS (International Continence Society). Conoscere e confrontare i progressi e le tecniche di un campo scientifico per fare rete con colleghi, anche di altri paesi, questa per me è formazione.

Quando hai deciso di diventare docente, cosa ti ha spinto a farlo?

Lavorare alla Fondazione Santa Lucia, significa anche avere attorno gli studenti tirocinanti della triennale di Fisioterapia dell’Università di Tor Vergata. Alcuni miei colleghi erano, non dico infastiditi, ma non proprio felici di avere un capannello di matricole alle costole, pronti a porre grandi e piccoli interrogativi. Io invece avevo scoperto un’altra mia passione, l’insegnamento. L’occasione fu la partecipazione ad un progetto finanziato dalla Comunità Europea ed in collaborazione con Tor Vergata, presso l’Università cattolica “Nostra Signora del Buon Consiglio” a Tirana, in Albania. Insegnare la riabilitazione del pavimento pelvico in Albania, fu davvero pionieristico! Oggi, a distanza di quasi dieci anni, la cattedra della Riabilitazione del Pavimento Pelvico è parte integrante del piano di studi universitario, nel modulo di Scienze Riabilitative MED/48 ed io ne sono la titolare.

Il corso sulla riabilitazione del pavimento pelvico è aperto a tutti i fisioterapisti o necessita di un background specifico?

Il corso di formazione è aperto a tutti i professionisti dell’area sanitaria con almeno una laurea universitaria triennale. Non servono particolari doti, se non la sempiterna empatia! Questo tipo di riabilitazione, indaga ed esplora l’area genitale. Ci sono molte emozioni racchiuse in quest’area. E le patologie che la riguardano, spesso taciute per vergogna, hanno un impatto rilevante sulla qualità della vita delle donne e degli uomini.

Molti in Fisioterapia tendono a tenere per sé, le proprie conoscenze e competenze. Tu invece che ne pensi?

Penso che sia un modo per uccidere la passione per questa professione.

Chiudersi nel proprio studio senza condividere le riflessioni, le proprie intuizioni credo sia profondamente sbagliato. Si rischia di percepirsi come onnipotenti e di non lasciare mai spazio al brechtiano dubbio. Durante le mie lezioni, incoraggio i presenti ad accompagnarmi nel ragionamento clinico, intorno ad un caso ed è davvero un processo creativo e coinvolgente. Tra l’altro è uno dei sistemi didattici più efficaci!

Nel tuo studio utilizzi anche elettromedicali?

Quando ricevo i miei pazienti il momento cui dedico più tempo è sicuramente la valutazione funzionale per poi scegliere quale trattamento utilizzare. Avere a disposizione gli elettromedicali come il Biofeedback o la SEF così come altri ausili, come i coni vaginali o il manometro di Kegel, non significa altro che aumentare la possibilità di sinergia tra vari strumenti terapeutici.

C’è un tema che ti è particolarmente caro e di cui ti piacerebbe parlare?

Si, in realtà sono due.

L’importanza del modello bio-psico-sociale. Nei pazienti di cui mi occupo, quasi sempre, l’incontinenza urinaria ha un forte e inevitabile impatto sociale: lo stigma e il pregiudizio sono le peggiori minacce per la qualità della vita di chi ne soffre. Lo stimolo alla prevenzione attiva, ovvero la promozione della salute anche nell’informazione di aspetti fisiologici della vita quotidiana (ad esempio contrastare efficacemente la stipsi oppure evitare i ponzamenti nella minzione o nella defecazione) per il mantenimento di un pavimento pelvico sano, sono diventati, per me, fondamentali.

Quando parlo ai miei studenti, sia all’Università o ai corsi di formazione, non mi stanco mai di ripetere che il mondo della riabilitazione è un viaggio dantesco, spesso senza la guida e la compagnia di Virgilio. Per non perdersi è necessario che ogni fisioterapista investa anche in una formazione personale e non solo culturale. La capacità di saper comunicare efficacemente non solo ci protegge dal famoso stress lavoro correlato, ma ci permette di costruire quella relazione che è alla base di ogni successo terapeutico.

 Grazie Caterina! Grazie a Voi e a chi ha letto la mia intervista.

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