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La figura del fisioterapia è una professione relativamente nuova ma soprattutto in continua evoluzione. In molti Stati è ancora un ruolo molto “sottomesso” ad altre figure sanitarie come quella del medico: se il medico comanda, il fisioterapista deve rispettare gli ordini e mettere in atto un trattamento non deciso personalmente, senza un ragionamento clinico. In altri Stati invece l’evoluzione è avvenuta in maniera maggiormente celere, ed è già da diversi anni che il fisioterapista è una figura quasi completamente autonoma. Sempre più è lui, con un titolo di professionista nella cura e nella riabilitazione del corpo umano, ad eseguire una valutazione fisioterapica (diversa da quella medica, ma non per questo meno precisa), attraverso un ragionamento clinico strutturato e puntuale nel decidere la diagnosi, o per lo meno la problematica principale del paziente, ed a impostare un trattamento. Difatti nel profilo professionale di AFI “Associazione Fisioterapisti Italiani” (AFI – Associazione Fisioterapisti Italiani, s.d.) viene descritto all’interno del “D.M. 741/94” come il fisioterapista venisse riconosciuto giuridicamente in maniera progressiva col trascorrere del tempo come un professionista della salute capace di prendere delle decisioni ed assumersi direttamente le proprie responsabilità, a livello civile e penale. Vi sono anche delle questioni a livello etico della professione che variano in base alla professione e all’ambito ci competenza. In Australia l’attuale definizione della pratica, presa dalla “Physiotherapy Board of Australia”, si rifà a un qualsiasi ruolo “in cui l’individuo utilizza le proprie competenze e conoscenze da un professionista della salute nella loro professione”, spiegando come sia un campo che permetta ampi margini di evoluzione. (Crane & Delany, 2013)
Le conseguenze di questo progresso hanno portato, specialmente in occidente, ad operare anche in condizioni di accesso diretto del paziente, senza un precedente consulto medico. Il fatto che il fisioterapista possa implementare se sue competenze in altri ambiti, è tutto verificato da norme e leggi che consentono ciò. La competenza individuale è invece determinata dalla politica organizzativa, cultura, competenza individuale, conoscenza, esperienza e abilità. Questo significa che i fisioterapisti devono essere in grado di riconoscere e tradurre le norme e le competenze rilevanti, in base alle nuove aree di pratica clinica. (Crane & Delany, 2013)
Questa crescita a livello professionale però non è solamente causata da un miglioramento e un progresso delle scoperte scientifiche, dalle Evidenze Basate sulla Pratica (EBP) e dal desiderio di imparare a praticare nuove competenze in nuovi ambiti, ma è stata la richiesta della sanità e soprattutto della società a far sì che il fisioterapista venisse inserito in altri contesti non tradizionali, come per il nostro caso in Pronto Soccorso. A proposito di questo, nello studio Crane & Delany (2013) e stata citata una definizione di Anaf S. Sheppard nel quale sostiene che “la fisioterapia clinica è dedita a lavorare come membro di un team di un reparto d’urgenza per gestire pazienti autonomamente o in collaborazione con altro personale medico o infermieristico partecipante”. Questo per spiegare come l’autonomia che si sta cercando di creare non è fine a se stessa ma sempre inserita in un contesto multidisciplinare, il tutto con l’obiettivo di gestire qualitativamente al meglio la salute del paziente.
Ad oggi gli studi dedicati al ruolo del fisioterapista in Pronto Soccorso sono pochi e non possono esserci dunque delle evidenze che dimostrino la qualità del servizio. È una figura molto recente, nata agli inizi del XXI secolo ed è in continua evoluzione. Di pari passo vi sono molti più studi nella seconda decade rispetto ai primi anni. La motivazione è una ed è molto semplice: l’efficienza e l’efficacia di questo ruolo. Inoltre vi è lo studio di Gill & Stella (2013) che spiega come l’utilizzo di questa nuova professione e la considerazione della società verso la stessa, incrementi, stimoli e spinga le persone con problematiche ortopediche non gravi a presentarsi nei dipartimenti d’emergenza per farsi visitare da un fisioterapista specializzato. Purtroppo è ancora troppo poco conosciuto e poco considerato. Attualmente solo in Australia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti vi sono state delle sperimentazioni e degli studi a riguardo.
Vi sono però elementi che potrebbero limitare questa pratica come gli stereotipi: è comune pensare che in ospedale si presentino solamente casi gravi e trasportati d’urgenza con le ambulanze. (Lebec & Jogodka, 2009)
Ci sono invece dati statistici che dimostrano come il numero di casi classificati come “non urgenti” siano nettamente maggiori rispetto a quelli “urgenti” collocati per tutti quei pazienti identificati come in fin di vita. Nello studio di de Gruchy, Granger, & Gorelik (2015) viene esplicitato un dato oggettivo delle percentuali riguardo alle tipologie di pazienti: l’89% comprendeva condizioni di triage non gravi e non in pericolo di vita, e il 97% di essi aveva patologie muscoloscheletriche, con la diagnosi più comune di frattura o lussazione. Al fine di avere in chiaro quali siano le casistiche che questo nuovo ruolo può trattare, in Australia, viene presa in considerazione una Scala (riportata nella Tabella 1) che era già utilizzata per la classificazione dei pazienti che si presentavano all’interno del Pronto Soccorso ancor prima che ci fosse la fisioterapia in questo reparto: la Australian Triage Scale (ATS) creata dalla ACEM (Australian College for Emergency Medicine).
Per la maggior parte degli studi selezionati, in particolar modo quelli australiani ma con caratteristiche molto simili anche per quelli dei restati Stati, le categorie per il quale il fisioterapista d’urgenza poteva intervenire erano la “Categoria 4” e la “Categoria 5”. Ovviamente essendo uno specialista dell’apparato locomotore, tutti gli interventi che lo riguardavano erano compresi esclusivamente nell’ambito muscolo scheletrico. Come viene esplicitato nella descrizione clinica queste ultime due categorie riguardano molto l’ambito muscolo-scheletrico: ancor più nello specifico nella “Categoria 5” vengono trattate specialmente patologie croniche oppure acute ma per lo meno note da diverso tempo mentre nella “Categoria 4” vengono trattati tutti quei dolori acuti ma che non possono minimamente mettere a rischio la vita del paziente. Egli può anche valutare e trattare alcuni casi della “Categoria 3” tenendo conto di alcuni limiti evidenti che potrebbero comprometterne la salute. Tali casi sarebbero stati visitati dal medico, o con una stretta collaborazione tra medico e fisioterapiata, specialmente per quanto riguarda la lettura della diagnostica per immagini o altri esami maggiormente specialistici rispetto alle conoscenze della fisioterapia tradizionale. (Kilner & Sheppard, 2010)

Quest’ultima considerazione mette in discussione l’autonomia, le capacità e le potenzialità di questo ruolo. In Australia, un importante e ancora irrisolto dibattito sul fisioterapista del reparto d’urgenza è sul fatto se rappresenti un ampliamento del campo di applicazione di base della pratica di fisioterapia, o se si tratti di una forma di pratica avanzata che richiede un livello avanzato di competenze cliniche. In una recensione 2006, l’APA ha individuato potenziali aree di espansione in ambito di pratica estesa, tra cui                                                                                                                                                                                    (1) diagnostica estesa; interpretare i test diagnostici, come esami del sangue, radiografie, scansioni di immagini;                                                                                (2) le procedure di indagine, come broncoscopie;                                                                                                                                                                                            (3) terapie estese; tecniche invasive come iniezioni o aspirazioni comuni;                                                                                                                                                      (4) altri compiti come la cura delle ferite e ingessare;                                                                                                                                                                                          (5) limita la prescrizione dei diritti; e                                                                                                                                                                                                                    (6) la consultazione estesa. (Crane & Delany, 2013)

La soluzione a queste problematiche è solamente una: creare una formazione adeguata per poter praticare nella maniera più autonoma possibile in questo settore. Molte ricerche effettuate nel Regno Unito, dove i praticanti sono stati precedentemente definiti come specialisti clinici che lavorano al di là dell’ambito di riconoscimento della pratica di fisioterapia in ruoli innovativi o non tradizionali, riportano risultati positivi in costi, sicurezza ed accessibilità. In Australia invece, per garantire continuità al servizio sono stati introdotti fisioterapisti senza una formazione adeguata. Di conseguenza hanno dovuto fare una formazione supplementare propria sulla lettura della diagnostica per immagini (radiografie, risonanze magnetiche e TAC), farmaci ed iniezioni (anche se non ancora possibile in nessuna nazione in completa indipendenza). Per questo sono state diversificate recentemente le diverse competenze tra un fisioterapista specializzato nel trattamento in Pronto Soccorso “ASoP” (avanzato) e quelle di colui che non ha svolto alcuna formazione ma che è stato solo inserito in un ambiente non usuale, “l’ESoP” (esteso):
 ASoP: è un ruolo che attualmente è riconosciuto nella pratica di tale professione anche se è stata eseguita da altre. Questo ruolo richiede una formazione supplementare, esperienza e competenza.
 ESoP: è un ruolo che richiede competenze come per l’ASoP ma che non viene riconosciuta come la pratica tradizionale di quella professione. (Morris, Vine, & Grimmer, 2015)
Nel 2004, l’APA ha emanato che i fisioterapisti di pratica avanzata devono avere un minimo di 5 anni di esperienza post clinica, di cui almeno 3 anni dentro il settore di specializzazione. Attualmente non esiste una via di adesione dal titolo dell’APA per fisioterapia di emergenza e quindi non ci sono vie di specializzazione che potrebbero definire più chiaramente la gamma di competenze specialistiche. Le uniche opzioni post laurea disponibili per sostenere il ruolo avanzato sono certificati o master generali nell’ambito del muscolo-scheletrico come sportivo, terapia manuale, taping, bendaggi etc. (Crane & Delany, 2013) Nonostante queste, per il momento, ridotte potenzialità di crescita, nello studio di Lebec & Jogodka (2009) viene spezzata una lancia a favore delle competenze già non proprio scarse dei fisioterapisti nell’ambito muscolo-scheletrico rispetto ai medici di Pronto Soccorso. Questi ultimi hanno una vastissima formazione in tutti i distretti anatomici del corpo umano e la letteratura li descrive come “generici”. Sono dunque stati eseguiti degli studi nel quale lo scopo era quello di far emergere le differenze teoriche tra il fisioterapista e il medico, nel campo del muscolo-scheletrico. Tranne nei confronti di un medico ortopedico specializzato, il fisioterapista ha maggiori competenze teoriche e capacità pratiche (ampia batteria di test diagnostici) rispetto al medico “generico”. Inizialmente il fisioterapista aveva un unico ruolo all’interno di un dipartimento di emergenza: contatto secondario. Questo significa che il paziente, nel momento in cui entrava in reparto veniva visitato subito dal medico e, solo in caso in cui quest’ultimo lo considerasse opportuno, veniva anche visitato e/o trattato da un fisioterapista. Solo col passare degli anni, grazie agli studi che ne garantivano l’efficacia, è avvenuta l’evoluzione verso il ruolo di fisioterapista come contatto primario, senza il medico che facesse da intermediario. Il processo è avvenuto gradualmente, nel senso che agli inizi erano stati affiancati a questi fisioterapisti di primo contatto dei medici d’urgenza che faceva avrebbero fatto da consulenza, permettendo di avere maggior esperienza ed autonomia in futuro per poter leggere le radiografie e gestire i pazienti con fratture. (Gill & Stella, 2013).
Oltretutto nel Regno Unito altri studi hanno evidenziato come il primo contatto in Pronto Soccorso di un fisioterapista rispetto a un chirurgo ortopedico, nei confronti di pazienti con problematiche muscolo scheletriche, abbia notevolmente diminuito il numero di interventi chirurgici, con una conseguente diminuzione di costi e un aumento della soddisfazione del paziente.
Non esistono purtroppo ancora delle evidenze scientifiche oggettivabili che certifichino questo ruolo che lavora in un campo non tradizionale a quello di appartenenza. È proprio tramite questa premessa che tutti gli studi hanno indirizzato il loro focus verso gli outcomes che questa nuova professione sta portando, con la speranza che la possano certificare, ed è il motivo per il quale sono gli obiettivi di discussione di questa revisione narrativa.

METODO
Strategia di ricerca.
La ricerca degli articoli per questa revisione narrativa è iniziata nel mese di Dicembre 2015 e terminata a Febbraio 2016.
L’AIM (ovvero il quesito di ricerca a cui si è voluto dare una risposta) è stato il seguente: quali sono gli outcomes di questa nuova figura professionale, il Fisioterapista in pronto soccorso?
La domanda PICO è stata di vitale importanza per avere una linea guida da seguire nella selezione degli articoli, anche se non essendoci molte pubblicazioni nei confronti della mia domanda di ricerca, ogni articolo che potesse essermi d’aiuto nella costruzione di questa revisione è stato scelto o per lo meno preso in considerazione.
P: pazienti acuti, traumatologia di minore urgenza.
I: accesso diretto alla fisioterapia in pronto soccorso.
C: nuovo ruolo all’interno della medicina tradizionale d’urgenza.
O: outcomes quali soddisfazione del paziente, tempi d’attesa e di soggiorno, risparmio economico-sanitario.
I database utilizzati sono stati due, principalmente Pubmed (essendo l’unico database in cui ho potuto fare un minimo d’esperienza e per la varietà di articoli scientifici in particolar modo in campo medico sanitario, oltretutto è stato un vivacissimo consiglio del mio referente di tesi) e Google Scholar, in quanto è stato ultimamente riconosciuto come avente una consolidata validità scientifica e in più mi è sembrato semplice ed intuitivo da utilizzare.
Come citato poco fa, è stato difficile trovare dei criteri di inclusione ed esclusione. Ad esempio, l’ideale sarebbe stato trovare tutti articoli recenti, per non creare una revisione poco aggiornata e al passo con le nuove scoperte a riguardo, ma dovetti fare alcune eccezioni: dei 10 articoli che ho scelto in Pubmed, solo 6 rispettano il limite di 5 anni, mentre 2 su3 quelli presi da Google Scholar.
Come criteri di inclusione sono state scelte fin da subito delle caratteristiche essenziali per la selezione degli articoli tra le quali:
 Doveva esserci la presenza del Fisioterapista all’interno di un Pronto Soccorso (Emergency Department).
 Rispettare l’AIM e il PICO di ricerca: i fisioterapisti dovevano saper valutare e trattare i pazienti con traumi muscoloscheletrici di lieve entità che si recavano in Pronto Soccorso.
 Dovevano essere presenti gli outcomes di questo trattamento.
 Tipologie di studi diverse (osservazionali, descrittive etc.)
 Articoli full text.
Criteri di esclusione:
 Non doveva trattarsi di una rewiev, in quanto sarebbe risultato inopportuno costruire una rewiev basandosi su altre rewiev.
 Non articoli troppo obsoleti: anno limite 2008.
 Articoli non in Inglese.
La prima selezione degli articoli è avvenuta leggendo i titoli degli stessi: se il titolo non rispecchiava minimamente i criteri di inclusione oppure rappresentava quelli di esclusione veniva scartato a priori, se invece era compreso anche solo uno dei criteri di inclusione, allora si passava alla lettura dell’abstract.
In questo caso, vigeva la stessa regola utilizzata nella singola lettura del titolo. Nel caso in cui l’abstract fosse risultato dubbio e l’articolo fosse free full text si passava con la lettura dello studio stesso e anche in questo caso, se anch’esso fosse risultato inappropriato, veniva scartato.
Quest’ultima opzione non si verifico mai in quanto l’abstract risulto sempre molto chiaro ed esplicito. Infine è stata osservata la bibliografia per valutare l’affidabilità delle fonti ma anche in questo caso, non è mai stato trovato un articolo che non comportasse il criterio appena citato.
La caratteristica free full text non è stata considerata come criterio di inclusione a causa della scarsità di articoli presenti inerenti all’argomento trattato. Difatti sui 10 studi scelti, solamente 3 sono free full text.
Stringa di ricerca Pubmed:
(“Physical Therapists”[Mesh] OR “Physical Therapy Specialty”[Mesh]) AND “Emergency Service, Hospital”[Mesh] OR “observational unit”[All Fields]
Articoli trovati: 38
Articoli supervisionati: 38
Articoli scelti: 9 Google Scholar: Keywords: physiotherapist, emergency department
Articoli trovati: 17.600 Articoli supervisionati: i primi 60
Articoli scelti: 3 (la maggior parte degli articoli erano precedentemente stati trovati e selezionati in Pubmed)
– Totale articoli scelti dai database Pubmed e Google Scholar: 12
Nella tabella 2 sono stati riportati gli studi selezionati con le relative caratteristiche quali: database e anno di pubblicazione; autore, tipo di studio e rivista scientifica nel quale è stato pubblicato; le caratteristiche della popolazione dello studio; i criteri di inclusione ed esclusione della popolazione partecipante; la Nazione e il setting dello studio; gli obiettivi e i metodi utilizzati. Per questo lavoro è stata seguita la “Checklist of of item to consider in data collection or data extrction” riportata dal Cochrane-handbook.

DISCUSSIONE
Il fisioterapista in Pronto Soccorso è una nuova professione che si sta col tempo insediando sempre più in tutti i reparti d’emergenza soprattutto in Australia e Regno Unito ma anche in Stati Uniti e Canada. Più che una nuova professione, è una fisioterapia con scopo esteso e avanzato, come ampiamente descritto nel capitolo “introduzione”.
Ma come fare per certificare che questo ruolo sia realmente efficiente ed efficace come tutti i presupposti lascerebbero supporre?
Questa revisione narrativa vuole mettere il focus proprio su questo quesito e il metodo migliore, riconosciuto anche durante l’analisi di tutti gli articoli selezionati, sono gli outcomes che l’insediamento di questo ruolo in un ambito non tradizionale al suo ha portato.
Gli outcomes sono dunque gli elementi fondamentali e sicuramente oggettivabili per garantire una continuità e uno sviluppo a tale novità.
Questi dati danno risultati qualitativi rispetto all’efficienza, ma soprattutto verso gli aspetti migliorabili. Oltretutto vi sono motivi che hanno spinto la fisioterapia a espandere la professione in altri settori: ad esempio un importante outcome che viene trattato nella maggior parte degli studi è la riduzione dei tempi d’attesa e di durata di soggiorno all’interno del dipartimento d’emergenza. Nelle principali città il sovraffollamento di pazienti che attendono di essere visitati o di fare una radiografia è una problematica molto attuale. (Gill & Stella, 2013)
Questo dato ci permette di intuire come ci sia già da diverso tempo l’idea di trovare una soluzione a questo sovraffollamento e l’ingresso di un fisioterapista era stato visto come un’ipotesi concreta e potenzialmente applicabile.
È importante specificare che nonostante verranno esposti tutti gli outcomes trattati negli studi selezionati attraverso dei capitoli separati tra di loro, ognuno di essi è strettamente correlato all’altro, a tal punto che senza uno non potrebbe esistere l’altro. Un esempio emblematico è la strettissima correlazione tra l’outcome “soddisfazione del paziente” e “diminuzione del dolore, efficacia del trattamento, competenze”. Se quest’ultimo non esistesse, ovvero se il trattamento non fosse efficace e che quindi il dolore (o la causa per il quale il paziente si è presentato in Pronto Soccorso) non diminuisse, certamente la soddisfazione del paziente sarebbe negativa.
Allo stesso modo, un paziente che si reca in Pronto Soccorso per una lesione muscolo-scheletrica non grave, e che deve attendere diverse ore per essere visitato e altrettante ore per essere dimesso, in egual modo non potrà riferire di essere soddisfatto del soggiorno nel dipartimento d’emergenza.

Soddisfazione del paziente
Questo outcome, probabilmente, è quello più importante rispetto agli altri. Come appena spiegato, senza altri outcome la soddisfazione del paziente non potrà mai essere positiva. Ed è proprio tramite questo ragionamento che è possibile intuire come questo sia il fine e l’obiettivo più rilevante e significativo.
Vi sono delle decretazioni che definiscono il professionista sanitario come il “vicino di casa” del paziente. Se questo nuovo ruolo presenta outcomes positivi nei confronti della soddisfazione del paziente, allora questo fatto deve essere visto come un ottimo punto di partenza per l’evoluzione di tale professione. Se invece dovesse venire a mancare, ecco che sarà messo tutto nuovamente in discussione. (Crane & Delany, 2013)
Anche secondo Kilner & Sheppard (2010) è cruciale che i dati riguardo alla soddisfazione dei pazienti risultino positivi e che vengano standardizzati il più possibile per poterli aggiungere allo scarso materiale che la letteratura ci offre, al fine di fare in modo che questo nuovo ruolo venga commercializzato e che abbia così la possibilità di evolversi. Questo studio ha dunque come priorità assoluta quella di indagare riguardo alla percezione del paziente verso il fisioterapista in Pronto Soccorso. La prima tematica che è stata affrontata in questa indagine qualitativa (che ha messo a confronto 2 gruppi sperimentali, composti da 40 partecipanti per gruppo, in due differenti regioni geografiche australiane) riguarda la visione del pazienti verso le competenze generali del fisioterapista: in entrambi i gruppi si è giunti alla comune conclusione che i fisioterapisti sono dei “medici pratici” nel senso che prediligono la modalità “hands-on” nei confronti di tutte le svariate problematiche muscolo-scheletriche che sono tenuti a valutare e trattare. Alcuni partecipanti del primo gruppo hanno voluto sottolineare il rapporto che si instaura, a differenza con quello che non si riesce ad instaurare con un medico, specialmente con un medico d’urgenza: il supporto e l’incoraggiamento sono degli esempi di qualità che il fisioterapista riesce a trasmettere al paziente, creando in questo modo un vero e proprio rapporto di fiducia reciproca (“mi aiutano quando altri non possono aiutarmi” oppure “riescono a riabilitare un paziente… riuscendo ad essere un amico”). Per i membri del gruppo 2 invece non è stato evidenziato questo ruolo di comunicatore ed educatore, ma piuttosto hanno fatto osservazioni molto più marcate riguardo alla capacità clinica, nel saper valutare e trattare un paziente tramite tecniche specifiche efficaci.
Nella seconda tematica dell’indagine è stato chiesto ai partecipanti i domini di pratica comune, interpretati dal fisioterapista in un contesto d’emergenza. Questa tematica ha lo scopo di mettere in  la visione dei pazienti rispetto al fisioterapista tradizionale riportato anche in un contesto d’urgenza, facendo notare le differenze tra questi due ruoli. I partecipanti hanno individuato 6 domini comuni per entrami i ruoli:
1. La pratica negli infortuni sportivi.
2. La gestione delle problematiche MS
3. Riabilitazione e mobilità
4. Gestione del dolore
5. Supporto e gestione delle vie respiratorie
6. Gestione degli anziani
Queste caratteristiche sono importanti per far notare che in entrambi i ruoli, pur descrivendoli quasi come due professioni differenti, vi siano in realtà enormi punti in comune e strettissime correlazioni, in particolare negli ambiti di pratica. Oltretutto, essendo una visione neutrale, come solo un paziente può avere, questa caratteristica prende ancor più maggior spessore.
La terza e ultima tematica era inerente alla selezione delle aree di pratica. Entrambi i gruppi hanno segnalato due aree specialistiche principali: gli interventi ortopedici, come le fratture o le lussazioni, e il fatto di fornire un’assistenza totale alle vittime di incidenti, cadute o infortuni. La maggior parte dei partecipanti ha riconosciuto e descritto il fisioterapista come uno specialista che “sa cosa fare e sa dove mettere le mani”. I partecipanti, pur non trovando tutte le correlazioni tra il fisioterapista tradizionale e il fisioterapista di Pronto Soccorso, hanno riconosciuto la specializzazione e le competenze nel settore del muscolo-scheletrico, anche negli infortuni acuti. Ci sono però ambiti come la neurologia e il cardio-respiratorio che sono stati poco riconosciuti dalla popolazione generale. Ci sono ancora dei dubbi sul fatto che il paziente acconsenta di ricevere direttamente cure da un fisioterapista piuttosto che da un medico o un infermiere. La letteratura dimostra che invece i pazienti poi sono molto più soddisfatti a livello di qualità della cura. (Kilner & Sheppard, 2010)
Quest’ultimo dato è stato evidenziato anche nello studio Lebec et al. (2010) nel quale viene riportato come le competenze del PT sono anche viste come un beneficio per la cura del paziente. È ampiamente dimostrato come una valutazione specifica nel muscolo-scheletrico implementi notevolmente la qualità della cura. I fisioterapisti possono dare una diagnosi specifica nel momento del primo contatto col paziente, nonostante questo vada a contrastare con l’idea tradizionale per il quale il medico prima visitava il paziente e poi chiedeva un consulto al fisioterapista. Oltretutto il fisioterapista può dare alcuni consigli e istruire direttamente sugli esercizi da eseguire a casa per aumentare le loro condizioni e l’indipendenza del trattamento. In questo modo il paziente evita di avere problematiche a lungo termine. I pazienti capiscono così qual è la loro problematica e sono cosi maggiormente soddisfatti della qualità della cura e dei risultati.
“I fisioterapisti danno ottime informazioni ed esempi sulle cose che si potranno fare in futuro.” (Lebec et al. 2010, p. 5)
Per rendere il dato sulla soddisfazione del paziente il più oggettivabile possibile ad esempio nello studio di Lau, Chow, & Pope (2008) è stata misurato con la Numeric Global Rating of Change Scale.
Come viene riportato dalla Tabella 2 praticamente tutti gli studi hanno messo in evidenza, pur non trattandolo come outcome principale, quanto la soddisfazione del paziente nei confronti di questo nuovo ruolo sia ampiamente positiva.

Riduzione dei tempi d’attesa e di soggiorno
È importante spiegare cosa si intende per riduzione dei tempi d’attesa e di soggiorno. Il tempo d’attesa è calcolato a partire dal momento in cui una persona varca la porta del Pronto Soccorso per annunciarsi come bisognosa di cure più o meno urgenti. I tempi di soggiorno sono invece calcolati dal momento in cui la persona diventa paziente, ovvero da quando inizia a essere visitato a quando viene dimesso dal reparto d’emergenza.
La tabella 1 mostra come in Australia esiste una vera e propria tempistica specifica come risposta a un trattamento in base alla gravità e all’urgenza. Ad esempio un paziente di Categoria 1 non può aspettare nemmeno un minuto, dato l’altissimo rischio di pericolo di vita. Per le categorie cosiddette “non urgenti”, ovvero quelle in cui il fisioterapista di Pronto Soccorso può intervenire, necessitano per la Categoria 3 un massimo di 30 minuti d’attesa; per la Categoria 4 un massimo di 60 minuti e per la Categoria 5 un massimo di 120 minuti. Queste tempistiche purtroppo, specialmente per queste categorie, non vengono quasi mai rispettate in quanto si cerca di dare sempre e comunque la precedenza ai casi urgenti, e quelli che ci rimettono in “perdita di tempo” sono tutte quelle persone che non sono in pericolo di vita.
Questo ovviamente crea del malcontento e a diminuire, come già spiegato in precedenza, è la soddisfazione del paziente e di conseguenza la qualità della cura. (Kilner & Sheppard, 2010)
La maggior parte degli studi difatti spiega come la figura del fisioterapista in Pronto Soccorso è stata inserita proprio per questo motivo: il sovraffollamento nei reparti d’emergenza, l’aumento dei tempi d’attesa e, di conseguenza, l’aumentato rischio di situazioni avverse. (de Gruchy et al., 2015)
Anche secondo lo studio di Gill & Stella (2013) è stato inserito questo nuovo ruolo in quanto nei dipartimenti d’emergenza australiani vi è un sovraffollamento che continua a crescere. Questo aumento dei tempi d’attesa e della durata del soggiorno dei pazienti con problematiche non urgenti, quali ad esempio distorsioni, ferite, fratture semplici, problematiche muscolari, lombalgie ecc. implica un maggior stress da parte del personale curante e una minor efficacia delle cure, e di conseguenza un aumento delle situazioni avverse. L’introduzione di un fisioterapista specializzato nel poter valutare e trattare queste categorie di pazienti potrebbe rivelarsi molto utile per la diminuzione dell’entropia e dello stress (riducendo in questo modo anche il carico di lavoro per il resto del personale medico e infermieristico) all’interno del reparto d’urgenza.
Questa diminuzione dell’entropia che riesce a portare questa nuova figura professionale darà la possibilità ai medici di aver più tempo per occuparsi dei casi più gravi. (Fleming-McDonnell, Czuppon, Deusinger, & Deusinger, 2010)
Ma per quale motivo questi tempistiche stanno aumentando notevolmente e vi è sempre più la necessità di trovare una soluzione a questa problematica?
Lo studio Gill & Stella (2013) ha dato una risposta a questo quesito basandosi su dei dati statistici: durante i 3 anni (dal 1 Ottobre 2008 al 30 Settembre 2011) in cui si è svolto questo studio vi è stato un incremento notevole del numero di pazienti: nel primo anno vi è stato un aumento del 25% mentre nel terzo anno del 16% rispetto al secondo. Sono dati notevoli ma nonostante ciò, con l’inserimento del fisioterapista non vi sono state differenze tra le tempistiche dei tempi d’attesa e durata del soggiorno. Il 90% dei pazienti che sono stati visitati da un fisioterapista sono rientrati all’interno delle linee guida della Tabella 2, e il 91% di loro sono stati dimessi a domicilio entro le 4 ore, dato nettamente inferiore rispetto ai criteri nazionali. Oltretutto l’obiettivo dello studio era quello di mettere in evidenza le differenze nella riduzione dei tempi tra i pazienti visitati dal medico e quelli visitati dal fisioterapista: il tempo d’attesa medio è stato da 6 a 16 minuti più breve per il servizio di fisioterapia rispetto al servizio medico e la durata del soggiorno media è stata da 11 a 24 minuti più breve, sempre a favore della fisioterapia.
Anche lo studio de Gruchy et al. (2015) esplicita come l’obiettivo di rimanere entro le 4 ore d’attesa di durata del soggiorno è avvenuto per il 95% dei casi per i pazienti visitati dal fisioterapista di Pronto Soccorso.
In Sutton, Govier, Prince, & Morphett (2015) la durata media del soggiorno è di 103 minuti, mentre i pazienti visitati dal personale medico hanno una durata media di soggiorno di 186 minuti, ben 83 minuti di differenza. Indubbiamente questo dato chiarifica anche in maniera oggettivabile quanto questa professione porti un notevole calo del carico di lavoro per il personale medico e infermieristico.
Un’altra soluzione che è stata provata e che si sta insediando sempre più, in particolar modo nei reparti d’urgenza americani, è la creazione del reparto EDOU (Emergency Department Obsevational Unit). Ciò che ha spinto a questa soluzione è il fatto che ogni anno nei dipartimenti d’emergenza statunitensi è avvenuto un aumento del 1% delle visite dei pazienti. Questo certamente ha portato a un aumento della durata del soggiorno di circa 5 ore e 30 minuti, in quanto il medico necessita di molto tempo per valutare la dimissione a domicilio o trovare un posto letto in ospedale. Questo mini-reparto osservazionale potrebbe essere una plausibile soluzione idonea a questa problematica. I primi EDOU hanno origine agli inizi degli anni ’60 ma hanno avuto un reale riscontro a partire dagli anni ’90. L’utilizzo di questa unità è aumentata negli ospedali degli USA dal 19% nel 1989 al 36% nel 2007, e vista l’efficienza del servizio saranno in continua crescita. Idealmente viene utilizzata per tutti quei casi in cui sono necessari ulteriori esami diagnostici, interventi o semplici controlli prima di una decisione definitiva per quanto riguarda la dimissione, grazie anche all’utilizzo di uno o più fisioterapisti attivi in questo reparto. EDOU permette di dare maggior tempo al processo decisionale clinico, migliorando di conseguenza la qualità della cura e la soddisfazione del paziente. Il fine prioritario è comunque quello di offrire una via di mezzo tra il ricovero ospedaliero e la tendenza alla dimissione precoce. Senza dubbio EDOU ha portato una notevole riduzione dei tempi d’attesa in quanto ha permesso a medici e infermieri di avere minore carico lavorativo, potendo anche essere maggiormente puntuali nel visitare tutti quei pazienti categorizzati con “non urgenti”. (Plummer, Sridhar, Beninato, & Parlman, 2014)
Vi sono anche gli studi Morris et al. (2015) e Gill & Stella (2013) nel quali questi dipartimenti osservazionali sono stati segnalati, prendendo il nome di “Fast Track”.

Riduzione dei costi sanitari
Questo capitolo ha come scopo quello di mostrare come l’inserimento del fisioterapista in Pronto Soccorso possa portare ad una notevole diminuzione dei costi sanitari. Questo outcome ha una rilevanza non indifferente in quanto è risaputo come la sanità mondiale sia ormai un mercato nel quale girano miliardi e miliardi di soldi ed è proprio per questo motivo che l’approvazione o meno di un farmaco, di un trattamento, di un macchinario o, come per questo caso, di una nuova figura professionale meno costoso rispetto a quella tradizionale possa essere l’incentivo più grande per lo sviluppo e la continuità di questo ruolo.

Ma in quali aree di pratica può avvenire tale riduzione di costi sanitari?
In primo luogo a livello di stipendi, essendo che un fisioterapista ha uno stipendio nettamente minore rispetto a un medico specializzato nelle urgenze. In secondo luogo vi è una notevole riduzione della richiesta di diagnostica per immagini. (Lebec & Jogodka, 2009)
Riguardo a questo punto è necessario sicuramente riallacciarsi al capitolo “introduzione” nel quale si discuteva delle competenze del fisioterapista in questo nuovo ambito. Sicuramente sarà necessario un corso supplementare anche solo per la lettura di radiografie, RMN (Risonanze Magnetiche) e TAC (Tomografie Assiali Computerizzate).
Si potrebbe in alternativa instaurare sempre un consulto di un medico, per lo meno durante le fasi iniziali fino a quando il fisioterapista instaurerà una competenza nella lettura delle stesse e nella gestione delle fratture, tale da avere un’autonomia quasi totale. (Gill & Stella, 2013)
Questa riduzione di richieste di diagnostica per immagini è stato un dato oggettivato nello studio Sutton et al. (2015), nel quale viene esplicitato come il fisioterapista rispetto al medico richieda in meno il 12,2% di radiografie, il 2,5% di TAC e l’1,5% di ultrasuoni. Oltretutto, dato certamente da non sottovalutare, è il rischio minore di avere patologie causate dalle radiazioni emanate da questi strumenti diagnostici. È ormai risaputo che, ad esempio, le radiografie emanano un quantitativo di raggi X non indifferente e che se subiti troppo spesso (vengono eseguite troppe radiografie), esse sono delle importanti cause per la generazione di tumori. Il fatto che un fisioterapista visiti un paziente per una distorsione alla caviglia e non utilizzi la radiografia per decretare una diagnosi, sta in realtà anche evitando di aumentare il rischio di una patologia tumorale.
Inoltre il fisioterapista ha delle competenze tecniche e delle capacità di gestione di terapie fisiche che i medici non hanno. È dunque per questo motivo che la somministrazione di farmaci analgesici è notevolmente diminuita. (Fleming-McDonnell et al., 2010)
Non poco irrilevante è la gestione delle dimissioni che causano un minor intervento delle ambulanze per gli spostamenti nei diversi ospedali. (Plummer et al. 2014)
Come per tutti gli outcome, questa riduzione dei costi è dunque strettamente correlata alle competenze cliniche del fisioterapista e alla riduzione delle situazioni avverse che causerebbero ripresentazioni nel dipartimento d’emergenza con conseguente aumento delle spese sanitarie.

Riduzione degli eventi avversi e ripresentazioni ospedaliere
Innanzitutto è bene specificare cosa vuole descrivere questo outcome: la riduzione degli eventi avversi indica semplicemente il numero di volte in cui il fisioterapista in un dipartimento di emergenza commette degli errori, che possono essere a livello di diagnosi e/o trattamento; le ripresentazioni ospedaliere invece indicano tutte quelle volte in cui il paziente, dopo essere stato valutato come pronto per la dimissione a domicilio, si è ripresentato in Pronto Soccorso con la stessa problematica.
Questo outcome è il risultato finale della correlazione tra gli altri outcomes descritti in questa revisione narrativa. Senza soddisfazione del paziente o senza un’efficacia del trattamento, in numero di eventi avversi o di ripresentazioni in pronto soccorso aumenterebbe sicuramente.
Lo studio Sutton et al. (2015) ha voluto specificatamente indagare su questo outcome: Dall’Ottobre 2012, per la durata di 12 mesi, il fisioterapista di Pronto Soccorso ha visitato 1320 pazienti che si presentavano con il codice ICD9 (codice di appartenenza alla fisioterapia, ovvero situazioni muscolo scheletriche non gravi). Il tasso di eventi avversi o di ripresentazioni entro il settimo giorno dalla dimissione è risultato pari allo 0,0%. Il numero di ripresentazioni tra il settimo e il trentatreesimo giorno dalla dimissione è stato 33. Di questi però nessuno ha subito una diagnosi errata ma sono state delle ripresentazioni con sintomi uguali alla situazione iniziale.
Vi è oltretutto da segnalare che l’aumento dei costi causati da pazienti cronici trattati dai medici d’urgenza è causato da una scarsa preparazione in merito e dall’inutilità della somministrazione di farmaci analgesici. Questo porta il paziente a ripresentarsi più spesso nel dipartimento d’emergenza. Il fisioterapista ha dunque tutte le capacità per gestire questa vastissima quantità di pazienti affetti da dolore cronico, con una forte riduzione degli eventi avversi e delle ripresentazioni ospedaliere. Questi sono tutti risultati che aumentano la fiducia in questa nuova professione lasciando spazio per un’ottima evoluzione, diventando in questo modo dei fornitori produttivi di qualsiasi Pronto Soccorso.
È importante sottolineare come il dipartimento osservazionale EDOU (o “Fast Track”) possa essere una soluzione anche a questa problematica. Un fisioterapista deve certamente essere in grado di saper valutare se un paziente ha tutte “le carte in regola” per essere dimesso a domicilio. Spesso però, ovviamente a causa del fattore tempo, questo non è possibile eseguirlo nella maniera più efficiente ed efficace. L’EDOU permette al fisioterapista di prendersi maggior tempo per fare ulteriori controlli o dei trattamenti maggiormente prolungati nel tempo, evitando in questo modo le dimissioni precoci e di conseguenza diminuendo le ripresentazioni ospedaliere.

Soddisfazione del personale sanitario d’urgenza
Questa nuova figura professionale sta cercando sempre più di ricercare una propria autonomia lavorativa, a livello di “primo contatto” col paziente per valutarlo e trattalo con un’indipendenza tale da leggere la diagnostica per immagini oppure il saper somministrare dei farmaci analgesici, fatto che accade già in Canada e Regno Unito, grazie a una formazione supplementare. (de Gruchy et al.,2015)
Questo però nella maggior parte dei dipartimenti d’emergenza in cui si sta insediando questa nuova professione è ancora un’utopia. È dunque fondamentale il rapporto di multidisciplinarietà: nonostante le proprie conoscenze e competenze non irrilevanti, oggigiorno il setting lavorativo deve ancora essere svolto con le altre figure sanitarie come medici e infermieri d’urgenza specializzati. Per questo motivo il rapporto con i colleghi deve essere rapidamente corrisposto, per poter effettuare un ragionamento clinico completo per una massima erogazione della cura possibile. (Crane & Delany, 2013)    È dunque fondamentale che questa considerazione da parte dell’equipe sia positiva in quanto delle tensioni, o ancor più semplicemente un rapporto di sfiducia verso questo ruolo, non potrà che andare a discapito la salute del paziente. (Lebec & Jogodka, 2009)
Lo studio Lefmann & Sheppard (2014) ha come obiettivo proprio quello di indagare nei confronti di questo outcome, esplorare i vantaggi e gli svantaggi in un ambiente non tradizionale per questa figura. È stata creata a questo scopo un’indagine qualitativa tramite un’intervista semi-strutturata a due medici e due infermieri e 2 fisioterapisti di un dipartimento d’emergenza australiano.
Un fisioterapista ha esplicitato il fatto che i pazienti si sentono appagati nel ricevere l’intero “pacchetto” e questo è visto anche dal medico come un fattore positivo per la qualità della cura ed è molto soddisfatto dal fatto che il fisioterapista integri e migliori la qualità delle prestazioni erogate dal Pronto Soccorso. Un altro fisioterapista ha anche dichiarato: “Ora penso che [i medici d’urgenza] sono riusciti a vedere quello di cui siamo capaci, ma hanno anche visto che conosciamo i nostri limiti. Se qualcosa sembra essere non del tutto giusto, se qualcosa sembra che possa progredire, o è peggiore di quanto previsto, allora allora diremo subito che ‘questo è al di là di ciò che possiamo gestire’, per poi tornare indietro e ottenere il coinvolgimento del medico”. (Lefmann & Sheppard, 2014, p. 3)
Questo fattore di riconoscere i propri limiti è fondamentale. Se un medico dovesse vedere che un fisioterapista, per ottenere una maggiore autonomia, cerca di fare tutto da solo e questo causa degli errori ed eventi avversi, allora sarà normale se si dovessero creare tensioni, sfiducia e recensioni sfavorevoli verso il fisioterapista di Pronto Soccorso. Tutto questo, oltre al fatto che a rimetterci è il paziente, l’evoluzione e l’integrità della professione stessa ne andrà a discapito. La strategia da utilizzare, e che si sta utilizzando, è dunque promuovere le forti relazioni e un clima di fiducia e rispetto tra equipe d’urgenza e la fisioterapia.
Tuttavia però la costruzione di queste relazioni è un processo delicato. Medici e infermieri erano inizialmente un po’ diffidenti nei confronti di questo ruolo avanzato, e hanno ritenuto che era importante non scinderlo troppo la fisioterapia tradizionale. (Lefmann & Sheppard, 2014)
Anche lo studio Lebec et al. (2010) è sulla stessa linea d’onda dell’articolo appena citato. Spesso avviene che la pratica estesa del fisioterapista in Pronto Soccorso faccia percepire alle altre figure sanitarie una sfida alle loro disposizioni nel reparto. Sono state dunque fatte delle interviste a dei medici d’urgenza, i quali hanno primo contatto con i fisioterapisti per dei consulti, per valutare il loro punto di vista. Un medico ha sostenuto che il rapporto interdisciplinare tra medico e fisioterapista permetta di avere una maggiore qualità della diagnosi e del trattamento. Possono evitare la somministrazione di farmaci analgesici e dopo un’accurata valutazione possono anche decidere se è necessaria una dimissione a casa, in una clinica specializzata, da un altro fisioterapista ambulatoriale oppure se non è necessario alcun ricovero ospedaliero.
“Una delle cose che penso è di avere una valutazione del cammino idonea per i pazienti. Spesso questo è uno dei grandi determinanti per decidere se è sicuro rimandalo a casa oppure no. Penso che questa valutazione risulti molto più preziosa se eseguita da un fisioterapista, al posto di un medico, un infermiere o un tecnico”. (Lebec et al., 2010, p. 4)
A livello di tecniche e competenze il fisioterapista è visto indiscutibilmente come idoneo, ed è proprio l’outcome che varrà trattato nel prossimo capitolo.

Riduzione del dolore, efficacia del trattamento, competenze
È già stato ampiamente dimostrato nei capitoli precedenti che se gli outcomes “soddisfazione del paziente”, “la riduzione dei tempi d’attesa e di soggiorno”, “la riduzione dei costi sanitari”, “la riduzione degli avventi avversi e delle ripresentazioni ospedaliere” e “la soddisfazione del personale sanitario d’urgenza” sono risultati tutti positivi è causato dal fatto che l’efficacia del trattamento, le competenze per la riduzione del dolore sono adeguati.
Nei confronti delle competenze è già stato ampiamente discusso nel capitolo “introduzione” ma è comunque importante sottolineare le competenze di base di questa professione: il fisioterapista deve avere almeno 5 anni (per alcuni studi anche 10) di esperienza post clinica, di cui almeno 3 anni dentro il settore di specializzazione.
I criteri per essere fisioterapisti in Pronto Soccorso devono essere: una forte conoscenza del muscolo-scheletrico, a tutte le età, patologie e lesioni (tempi di guarigione etc.). Deve anche avere conoscenze dell’EBP (Evidenze Basate sulla Pratica), delle regole di decisione clinica (CRU) e conoscere bene i propri limiti, per non sbagliare in un campo ancora sconosciuto. (Lebec & Jogodka, 2009)
Oltretutto è stato dimostrato che i fisioterapisti hanno le capacità di distinguere in modo indipendente le condizioni mediche dalle problematiche muscolo-scheletriche appropriate alla propria professione, riuscendo a gestire valutazione, trattamento e gestione del dolore in maniera autonoma, attraverso ad esempio elettroterapia o manipolazione spinale. Inoltre bisogna evidenziare il fatto che l’educazione medica si concentri sulla diagnosi di una malattia medica, senza una preparazione adeguata per la gestione di problematiche muscolo-scheletriche se non con farmaci o interventi chirurgici.                             È ampiamente dimostrato dalla letteratura come la fisioterapia sia indicata proprio per risolvere queste problematiche, con conoscenze addirittura maggiori rispetto al medico generale (tranne solo che per il medico ortopedico). In un dipartimento d’urgenza è dunque prioritario individuare rapidamente le menomazioni del movimento primario e fornire interventi specifici per alleviare il dolore, migliorando la funzione. (Fleming-McDonnell et al., 2010)
Tra le principali caratteristiche che deve avere un fisioterapista secondo i membri dell’equipe d’urgenza troviamo: educare i pazienti, intervenire precocemente sul dolore, competenze e approcci olistici per la cura. Un medico di un reparto d’urgenza australiano ha espressamente dichiarato: “Vorrei avere un ruolo nelle cose di tipo muscolare, o muscolo-scheletriche acute, in particolare infortuni sportivi. Quindi penso che sarebbe la mia immagine che dovrebbe adattarsi meglio a quella del fisioterapista”. (Lefmann & Sheppard, 2014, p. 2)
Un’altra competenza espressa apertamente in molti studi è la gestione e la valutazione nei confronti delle problematiche vestibolari acute. Oltre a questo vi è un consenso da parte di medici infermieri nei confronti dell’autonomia nella gestione dei pazienti anziani, avendo maggiori competenze e capacità. (Lefmann & Sheppard, 2014)
Il fisioterapista non ha solamente la capacità di saper diminuire il dolore ma di saperlo gestire, fare muovere il paziente con la consapevolezza che non rischia di fare ulteriori danni, evitando che il paziente si immobilizzi, rassicurandolo e dandogli consigli pratici. È importante identificare i pensieri dei pazienti, i sentimenti e le aspettative per quanto riguarda la loro prognosi, cause di dolore, gli interventi necessari per ottenere un ritorno lavorativo precoce, ed incoraggiarli ad aumentare la loro attività fisica progressivamente fin dall’inizio. (Lau et al., 2008)
Ma oltre che nei confronti delle competenze cliniche, lo studio Lebec et al. (2010) ha voluto dimostrare come le competenze si propaghino anche nel rapporto e nella comunicazione. I medici sostengono che i fisioterapisti hanno maggiori capacità relazionali verso i pazienti, maggiore pazienza e flessibilità in base alle diverse situazioni. Queste sono caratteristiche notevoli, soprattutto con i pazienti d’urgenza che sono magari ansiosi e spaventati. Ovviamente le abilità pratiche sono essenziali per la certificazione di questo ruolo e da parte dello staff il fisioterapista ha una grande capacità nella gestione di più situazioni contemporaneamente e quindi nel multitasking. È in grado di saper valutare l’apparato muscolo-scheletrico, tegumentario e vestibolare. Sono anche in grado di gestire bene situazioni psichiche, vertigini posizionali, riducendo la somministrazione di farmaci e gestendo le dimissioni.
“Alcuni medici non hanno la capacità di gestire la relazione con le persone che sono in situazioni acute, mentre basta loro vedere un fisioterapista che il loro dolore si stabilisce. Alcuni di loro sanno gestire davvero bene le persone ferite” (Lebec et al., 2010, p. 6)

CONCLUSIONE
Questa revisione narrativa ha voluto spiegare come gli outcomes di questa nuova professione siano quasi totalmente positivi e quanto la pratica del fisioterapista in pronto Soccorso possa essere una soluzione a diverse problematiche ancora attuali.
È stato ampiamente dimostrato come il fisioterapista abbia tutte le carte in regola per poter gestire un paziente con problematiche muscolo-scheletriche acute, con enormi capacità nella diminuzione del dolore.
Inoltre la maggior parte degli studi hanno descritto nel dettaglio il carico di lavoro assolutamente sostenibile, in modo indipendente, sicuro e con tempistiche efficienti ma soprattutto con un’enorme diminuzione del carico lavorativo di medici e infermieri, avendo in questo modo maggior tempo per dedicarsi alle problematiche maggiormente gravi.
Oltretutto gli studi che esaminano la consapevolezza e gli atteggiamenti dei pazienti verso la pratica fisioterapica sono essenziali per la qualità costante e il miglioramento dalla professione, informando le aspettative di trattamento e di conseguenza i livelli di soddisfazione.
Tuttavia, le percezioni non sembrano essere sempre congruenti nelle diverse aree di pratica. Alcuni professionisti sanitari d’emergenza hanno riconosciuto che i fisioterapisti hanno un ruolo più idoneo nella riabilitazione a lungo termine, ma la maggior parte tra medici e pazienti invece hanno ritenuto che i fisioterapisti hanno un ruolo maggiormente efficace nella gestione acuta: alleviare il dolore, il relax e comfort del paziente, la gestione acuta dei tessuti molli e delle articolazioni.
Gli obiettivi possono essere: coordinamento delle dimissioni, pianificazione e assistenza agli anziani, l’organizzazione di servizi di supporto a domicilio e prescrizioni ambulatoriali.
Bisogna anche sottolineare alcuni limiti di questi studi: alcuni avevano pochi partecipanti per poter dare delle evidenze oggettivabili, altri invece, nonostante il quantitativo di partecipanti idoneo, ha registrato alcuni outcomes non nella maniera più adeguata possibile. È anche da revisionare la competenza per la gestione delle fratture acute.
La questione dovrebbe essere lo spunto per migliorare la formazione pratica di questa professione, non solo se si considera che ciò potrebbe dare un’ulteriore evoluzione alla fisioterapia ma anche perché l’espansione in un ambito non tradizionale potrà portare nuovi posti di lavoro, non in maniera indifferente.
È comunque auspicabile che, nonostante tutti i lati positivi, vengano create delle normative a livello etico ed educativo al fine di sgravare da gravi responsabilità questi professionisti sanitari. I medici hanno capito quanto questo ruolo possa agevolare l’intero sistema, si sono resi conto di quanto senza di loro la qualità della cura venisse ostacolata e hanno espresso la volontà di creare un programma chiaro e oggettivo, anche perché ci sono delle situazioni amministrative che devono essere certificate per avere una maggior tutela.
In Australia poi, il dibattito sul fatto che la fisioterapia in Pronto Soccorso dovrebbe essere definita come pratica avanzata o entità estesa è in corso. Questo dibattito si estende per l’incertezza circa la regolamentazione in quanto vi sono ancora troppe responsabilità per in terapista che agisce in completa autonomia, senza una supervisione medica.
È importante ricordare come anche il reparto EDOU è in enorme crescita tra i dipartimenti d’emergenza statunitensi. Questo perché con le possibilità che offre, potrebbe risolvere molte problematiche molto attuali. Il servizio di fisioterapia in queste “Fast Track” è molto efficace per poter valutare e trattare con maggior tempo a disposizione per evitare le dimissioni precoci e le conseguenti ripresentazioni ospedaliere.
Tuttavia vi sono studi che dimostrano che per avere outcomes oggettivabili o per lo meno visibili, sono necessarie delle sperimentazioni in luoghi demograficamente colmi, come ad esempio le grandi metropoli o le grandi città. Attuare questa figura, per lo meno in questo periodo iniziale, in un dipartimento d’emergenza piccolo e con poche visite giornaliere sarebbe del tutto inutile.
Questo servizio ha comunque ancora bisogno di ulteriori valutazioni con disegni prospettici controllati e una gamma più ampia di misure di outcomes per apprezzare appieno l’impatto positivo che questa figura può portare nel campo sanitario mondiale.
Il fisioterapista in Pronto Soccorso può diventare un servizio prezioso, economico ed indispensabile. Per il futuro sarà necessario aumentare le conoscenze e le formazioni per poter lavorare sul campo in maniera autonoma, un regolamento e un programma che garantisca la continuità del servizio e maggiori studi cosicché potranno esserci più outcomes per avanzare verso una migliore qualità delle cure e una crescita professionale.

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FONTE: ENEA MANCON

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